sabato 7 febbraio 2026

"Catene di gloria", di Nana Kwame Adjei-Brenyah

 

Datemi un distopico e il mio cuore sarà vostro. Ne ho letti talmente tanti nel corso della mia vita che posso definire questo sottogenere della narrativa (che di base non vuol dire niente, sì, sì, polizia del bookmondo, vi vedo che protestate, venite a prendermi, arrestatemi pure, se volete) uno dei miei preferiti. Il mio genere preferito rimane qualsiasi cosa contenga i draghi (tranne quella cagata astronomica di fourth wing, ma di quello mi sono già lamentata abbastanza), ma anche questa categoria di libri se la gioca bene. E considerando che la prima volta che ho letto "1984" mi sono annoiata a morte, devo dire che ne ho fatta parecchia di strada.

Preparatevi dunque a farvi travolgere dal fiume in piena che è questa recensione perché questo è un libro bello, che ha toccato le corde giuste e mi ha fatto attaccare un pippone interminabile. Scusatemi e spero che la recensione risulti comunque completa, esaustiva e facilmente digeribile.

Questo libro mette il lettore davanti alla criminalità, alla feccia peggiore dell'umanità, e gli fa provare empatia nei loro confronti. Che oltre a essere un meccanismo psicologico che ci fa spesso empatizzare coi protagonisti dei libri e dei film, è una critica a noi che i crimini non li abbiamo mai commessi. Noi, che proprio in virtù del fatto che i crimini non li abbiamo mai commessi, ci arroghiamo il diritto di criticare "gli altri". Sì, quella persona è un assassino, ma si merita davvero di morire? Se noi fossimo davvero migliori di lui, non dovremmo mostrargli più empatia di quella che lui ha mostrato alla persona che ha ammazzato? Sì, era un nazista e si meritava di stare in carcere e di scontare la pena (possibilmente per sempre, con la chiave buttata giù per il tubo e una finestra sul mondo esterno attraverso la quale ammirare il panorama a strisce) però aveva dei fratelli con cui era cresciuto e che sentono la sua mancanza ora che è morto. E con questo non intendo dire che i criminali non si meritino una punizione e che si meritino di essere trattati coi guanti di velluto perché "oh poverini chissà quanto hanno sofferto nella loro vita", ma che se c'è una cosa di cui sono convinta nel mio  piccolo è che i criminali possano essere riabilitati, e che di sicuro non si meritino la morte, soprattutto per far divertire dei privilegiati, spesso bianchi, che godono e sono disposti a pagare suon di soldi per vederli morire nella speranza di uscire vivi dal braccio della morte.

Perché il fatto che siamo degli animali sociali è vero fino a un certo punto, che finché siamo nelle giuste condizioni ci fa comodo avere l'approvazione e il supporto dei nostri simili e a calpestare la nostra stessa morale nella speranza di sentirci dire che siamo bravi, che abbiamo fatto un commento intelligente o che c'è qualcuno che sta dalla nostra parte pronto ad aiutarci appena lo chiediamo; ma poi quando le circostanze cambiano ci trasformiamo in delle bestie feroci che si interessano solo al proprio tornaconto e il cui unico obiettivo nella vita è la propria sopravvivenza anche a costo di sovrastare gli altri con la forza (piccolo inciso che mi sento di fare, una delle cose che mi infastidiscono di più è sentir dire "erano stipati come delle bestie", "si comportava come un animale" e simili, come se noi non fossimo animali e come se fosse giusto che delle bestie che non possono esprimere a voce il loro disagio siano torturate, mentre gli umani si meritano un trattamento migliore per il solo fatto che sono nati umani -sia chiaro, non accetto la violenza in qualsiasi caso, mi dà solo fastidio il doppiopesismo).

Prima dicevo che gli uomini non sono animali sociali: mi correggo. Gli uomini sono animali estremamente sociali (e non mi riferisco agli uomini in quanto genere contrapposto alle donne, ma come esseri umani in senso generale, eccetera eccetera, ci siamo capiti), soprattutto quando si tratta di spettacolarizzare il dolore degli altri. Quando si tratta di ergerci a paladini della giustizia, quando si tratta di far vedere al mondo che noi siamo migliori dei criminali, accettiamo che vengano fatte a chi reputiamo inferiore a noi qualsiasi atrocità non rendendoci conto che non commettendo crimini noi non stiamo facendo niente di particolare, ma solo lo stretto indispensabile per essere persone decenti. E poi ci sarebbe da parlare di quella piccola cosa chiamata "empatia" che la gente non ha o che spesso sceglie di ignorare, quella cosuccia da niente che ci impedirebbe, in teoria, di trattare gli altri come non vorremmo essere trattati noi, quel "chi è senza peccato scagli la prima pietra" di cristiana memoria ma che la gente, credendosi superiore, finge di dimenticare, pur dimostrando, spesso, di avere una fede incrollabile, almeno a parole. Vogliamo parlare poi di tutta quella paradossale parentesi dei messaggi di sostegno che i Forzati ricevono? Messaggi del tipo "sono un tuo fan!", "sei la ragione che mi fa continuare a vivere!", "ammiro la tua energia", "ti stimo, ma credo che tu sia leggermente inferiore a *inserisci nome di altro Forzato*". Oltre a una serie di commenti inappropriati con allegate foto di parti intime. Non solo hanno spettacolarizzato la morte della gente, ma li prendono anche inconsapevolmente per il culo credendo di fare il contrario, di supportarli in maniera sincera e senza alcun ritorno, anche se spendono fior di soldi per potersi comprare apparecchi all'avanguardia e abbonamenti premium, plus e vattelappesca per poter seguire le imprese dei loro beniamini come se, invece di essere carcerati che praticamente si giustiziano a vicenda per intrattenimento nella speranza di poter uscire dal carcere, fossero allegri turisti in villeggiatura.

La storia segue diversi personaggi, ti pone di fronte alle loro colpe, che loro stessi sono consci di aver commesso e che si meritano ogni secondo della pena che stanno scontando, e anzi spesso sono contrari ai manifestanti che protestano in favore dell'abolizione di quei giochi tremendi. Perché spesso è così, l'indignazione di chi non è coinvolto ma ha comunque un briciolo di morale a guidarlo serve a poco, ci illude di avere un briciolo di potere in ambiti in cui non c'è niente da fare, perché la massa ha la memoria corta, appena si gira dall'altra parte si è già dimenticata tutto. Viviamo in una società con la memoria corta, in cui qualsiasi cosa duri più di cinque secondi contati non si merita il nostro interesse, nell'epoca dello scrolling compulsivo, in cui chi prova ad alzare la testa viene menato a sangue, ma basta che un bravo oratore sappia intortarci abbastanza che siamo in grado di dimenticarci anche i crimini più cruenti.

Mi rendo conto che di questo libro non ho detto molto, ma ho detto tutto quello che c'era da dire. I protagonisti sono altro da noi, ma sono allo stesso tempo noi. Hanno dei nomi, dei passati, delle storie proprie, gente che voleva bene a loro e a cui loro volevano bene, potrebbero essere dei nomi, dei passati e delle storie di tutti i giorni, che potremmo ascoltare al telegiornale o ascoltando un podcast. Questo libro ci mette di fronte a verità scomode, che spesso facciamo finta di non ascoltare, di non vedere, di non sentire la sofferenza che ci sta intorno.

L'unica cosa che avrei cambiato in questo meraviglioso e stupefacente viaggio (nel caso in cui non si fosse capito il libro mi è piaciuto e lo consiglio a tutti) è il finale. Nel corso del romanzo vengono presentati due personaggi e il narratore passa dalla terza alla prima persona (io penso che la scelta sia stata fatta perché i due personaggi vivevano in totale isolamento sensoriale e non avevano altro che la loro testa come spazio in cui ritirarsi per scampare al dolore) e lo scontro con le due protagoniste arriva troppo tardi e finisce troppo in fretta. Quei due personaggi si meritavano ancora più spazio e un finale migliore, ma ahimè un lieto fine in situazioni come queste non è un lusso che si possono concedere in tanti. Soprattutto se fanno parte di una minoranza, e soprattutto se la morte è considerata come una liberazione alla quale anelare.

Perché, come spesso viene ripetuto all'interno del romanzo: "solo perché una cosa esiste non vuol dire che non possa cambiare, e solo perché non avete mai visto una cosa non vuol dire che sia impossibile".

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