domenica 26 ottobre 2025

"Dammi un fiume di noia", di Carlo Vicenzi

 

Un po' troppo? Forse. Ma su questo libro ho troppe cose da dire, e avviso già da subito i naviganti che non tutte saranno cose positive (ahimè, le cose positive saranno molto poche).

Anzi, sapete cosa? Gli aspetti positivi ce li togliamo subito, così poi posso concentrarmi sul rosicamento di fegato che mi sta corrodendo da giorni. Hein e Ma'Ohr sono dei bei personaggi, e hanno un bel rapporto mentore-allievo, anche se si ha troppo spesso la tendenza di interrompere i discorsi importanti per quel pretesto che ci portiamo dietro da Harry Potter in avanti, che è: "ai fini della trama non è importante che il lettore sappia tutto adesso quindi mi invento una supercazzola per cui il mentore non spiega tutto subito all'allievo nonostante l'allievo gli ponga delle domande dirette a cui il mentore potrebbe rispondere in maniera esaustiva in 0.2". Però giuro, sono dei bei personaggi, ben caratterizzati e che hanno delle reazioni plausibili.

Lo stile non ha guizzi particolari. Il lato positivo è che non fa totalmente schifo, il lato negativo è che  non ha guizzi, quindi rischia di risultare noioso per la sua banalità, a maggior ragione se si considera che i personaggi, ad eccezione dei due che ho nominato prima, sono macchie sullo sfondo, tutti descrivibili con un aggettivo stiracchiato (sì, sto parlando anche e soprattutto di Déa), usati come riempitivo per far vedere come il protagonista abbia un gruppo di amici affiatati (forse nel tentativo di mettere in piedi una found family, non lo so) e che non è il solito eroe solitario contro tutto e tutti. E per carità l'intento è nobile, ma dev'essere fatto bene.

A partire da Déa, la Mary Sue delle Mary Sue, lei è brava perché è testarda, è una delle poche che non ha dei poteri, al contrario della maggior parte della gente del suo gruppo (mh), lei che per questo ha imparato a cavarsela da sola a causa della vita di stenti che ha vissuto, lei ha sempre le idee brillanti, tutti la stimano, tutti la tengono in gran considerazione e tutti la seguirebbero anche in mezzo al fuoco per lei. Hein invece viene fatto passare per quello che è meno affidabile perché ha una personalità... 


Ma tranquilli che ne ho una per tutti gli altri personaggi. A partire da Galeu, la palese brutta copia di Choji di Naruto, la cui unica personalità è "deve mangiare tanto per usare il suo potere". E basta. E a me la cosa fa arrabbiare, perché in un romanzo in cui i personaggi ricorrenti sono cinque o sei, il fatto che uno solo abbia una personalità non riesce a farlo durare per seicento pagine senza rischiare di annoiare.

A maggior ragione se lo stile è mediocre come accennavo prima.

O Zadie, la cui unica utilità è far venire il durello al protagonista per poi crepare male per fargli venire il senso di colpa per no essere stato abbastanza bravo da prendere il suo posto in un'Ordalia.

Oppure ancora (e giuro che dopo questa ho finito) Mathias, l'Elend Venture dei poveri, un nobile impacciato che era timidissimo da piccolo (con tanto di colpo di fulmine per Déa e conseguente timidezza aggiuntiva)

Ora arriviamo alle note dolenti, ma dolenti sul serio. Perché questa cosa mi ha fatta arrabbiare. L'autore nei ringraziamenti dice: "[...] vorrei aggiungere una specie di “post-dedica”, per tutti quelli che, come il sottoscritto, sono cresciuti a colpi di manga, anime, videogiochi e tutte quelle cose che i nostri genitori ritenevano “diseducative”. Questo libro è una lettera d’amore di quasi seicento pagine per quelle opere che mi hanno cresciuto, un po’ su Italia 7 prima di cena, un po’ su Mtv il martedì sera. Per non parlare di pagine su pagine piene di vignette da leggere al contrario. Sì, questo libro ha molte strizzate d’occhio a quelle storie. Sono curioso di vedere se qualcuno riuscirà a trovarle tutte." Io di citazioni alla cultura pop non ne ho trovate, oltre a quella di Choji che era palese, non ci ho fatto caso e sinceramente non mi interessa nemmeno trovarle, perché tutta la mia attenzione era focalizzata su un elemento solo: la struttura e il sistema magico attingono a piene mani dal Cosmoverso di Sanderson.

L'autore ha voluto omaggiare un pilastro della cultura fantasy che da circa venti-trent'anni opera in questo ambito? Sicuramente, ma a un certo punto questi omaggi stufano. Innanzitutto, il sistema magico riprende palesemente l'allomanzia nella modalità in cui è descritto. I personaggi, infatti, hanno una sorta di energia all'interno di loro, a cui attingono e che ha effetti diversi per ognuno, e si chiamano Marchiati. C'è chi va più veloce, chi riesce ad assorbire e cedere le ferite del corpo (come non si capisce, di base lo trovo un potere inutile, ma è un potere importante ai fini di trama quindi con il potere della supercazzola va bene). Addirittura ci sono dei personaggi, i mangiasangue, che in qualche modo riescono ad assorbire il potere dei Marchiati. Emalurgia portami via. I Marchiati, dal canto loro, attingono al loro potere semplicemente mangiando. Da dove arrivi il loro potere, perché alcuni ce l'abbiano e altri no, perché basti mangiare abbastanza e un buon allenamento per usare il proprio potere, perché i Marchiati sviluppino i poteri a dieci anni (non prima, non dopo) non si sa. O magari viene spiegato, sono io che mi sono stufata prima di leggere e mi sono persa le descrizioni importanti.

Poi la struttura del libro è frammentata: un capitolo, massimo due, alla volta viene dedicato al presente, poco dopo un cataclisma che ha devastato la città in cui è ambientata la storia (che fa parte di un Impero molto sandersoniano, again), mentre un capitolo, massimo due, alla volta è dedicato ai flashback del passato dei personaggi. Come... rullo di tamburi... esatto, come la Folgoluce. E il problema in questo caso è che, essendo i personaggi tutti dimenticabili tranne due, i flashback risultano molto ripetitivi, con Hein che è un testone che crede di sapere già tutto, e Ma'Ohr (che io ho continuato a chiamare Ore'Soeur per un bel pezzo, dai è troppo simile per essere un caso...) continua a bacchettarlo perché in realtà non sa niente, mentre Zadie lo prende goliardicamente in giro. Per il punto in cui sono arrivata non si intravede un vero miglioramento che porti i personaggi dal punto in cui li vediamo nel passato al punto in cui li vediamo nel presente.

Ah sì, dimenticavo: a un certo punto la trama ha iniziato a diventare prevedibile, quindi ho saltato le pagine. A che pro leggere seicento e passa pagine di roba che sai già dove andrà a parare? Io tollero quasi tutto nei fantasy ma non la prevedibilità. Non in un dark/epic fantasy.

E ora arriviamo al gran finale. Il finale dovrebbe essere cupo, drammatico, epico e tante altre cose belle. Ma io l'ho trovato frettoloso ai limiti del ridicolo, e lo intendo in senso letterale del termine. Perché io ho letto l'ultimo capitolo e sono scoppiata a ridere. Il libro contiene parecchi controsensi (a partire dal fatto che il padre alcolizzato dei due ragazzi, un secondo dopo essere diventato sobrio, inizia a lavorare in un birrificio. Mi chiedo cosa mai potrebbe andare storto...) ma il più grande è sul finale.

Da qui in avanti farò spoiler, leggete a vostro rischio e pericolo.

Quando Hein e Déa si scontrano, lui ha l'occasione di ucciderla grazie al suo Marchio che gli dà la possibilità di essere velocissimo. Ma invece di ucciderla decide di mutilarla per renderla inoffensiva. E fin qui poteva andarmi bene, ma commette due errori: il primo è di decidere di lasciarla a terra sanguinante con la promessa di un "torno dopo", probabilmente non rendendosi conto che "dopo" sarebbe stato troppo tardi, con ferite del genere a tutti e quattro gli arti; il secondo, e per me questa è la supercazzola più grande, è che si china a dare un bacio alla sorellina per dimostrare che ci tiene ancora a lei, nonostante tutto. Facendo ciò, lei sfrutta il loro contatto per usare il potere che ha assorbito da Zadie per trasferire a lui le sue ferite e abbandonarlo a terra sanguinante. Il libro finisce con lei che probabilmente si accinge a compiere una strage di civili e lui che probabilmente morirà dissanguato. Il tutto perché lui da bambino era rimasto traumatizzato dalla morte di Zadie. Un personaggio inutile, il cui unico scopo era fargli venire il durello e traumatizzarlo. Ma questo forse l'ho già detto, quindi mi sto ripetendo. Doveva essere un finale forte, io avevo le lacrime agli occhi dal ridere che mi sono fatta.

In sintesi, questo è un libro che non ha senso, che mi ha dato il nervoso e mi ha suscitato ben poche emozioni, se non sulle battute conclusive. Qualcuno mi ridia il tempo che ho perso leggendolo.

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