domenica 22 febbraio 2026

“All The Young dudes” di MsKingBean89


Quando un libro non mi è piaciuto devo scrivere una recensione. Lo devo al mio cervello per smaltire tutto il rancore che provo nei confronti dell’universo per aver sprecato il mio tempo leggendo qualcosa di brutto.

Quando un libro mi è piaciuto devo scrivere una recensione. Lo devo al libro stesso, al mio cuore che ha lasciato una parte di sé in quel libro e a chi ci ha messo tutto il suo cuore per scrivere qualcosa di bello, che piacesse prima di tutto a chi l'ha scritto e poi ad altre persone. Perché quando qualcuno fa qualcosa per passione si vede ed è bellissimo. È il mio modo per stare ancora un po’ in compagnia di una storia che mi è piaciuta e che non sono ancora pronta a lasciar andare del tutto.

Vi lascio capire a quale di queste due categorie appartiene All The Young Dudes, fan fiction che deve il titolo a una canzone di David Bowie ispirata ai libri della terfona. Prima o poi farò un post (o una serie di post, devo ancora decidere) in cui iperanalizzerò un prodotto per bambini e poi giuro che non mi sentirete mai più parlare di questa saga. A meno che non siano fan fiction, ma quelle sono un caso un po’ a parte per quanto mi riguarda.

Protagonisti di questa storia sono i Malandrini (mi sono posta il problema del fatto che Marauders in inglese significa predoni e che nella traduzione italiana siamo stati privati di questo soprannome stupendo solo leggendo questa fan fiction, sinceramente) nel loro periodo ad Hogwarts e nell’immediato futuro, insieme a qualche sprazzo nel periodo in cui è ambientata anche la saga principale. Questa è la storia che la me di sedici anni avrebbe voluto veder scritta dalla terfona (in caso ve lo steste chiedendo no, non pronuncerò mai il suo nome, la odio troppo), ma sinceramente sono contenta che non l’abbia scritta lei. Anche perché lei non avrebbe avuto le palle (e infatti non le ha avute) di rendere Sirius e Remus omosessuali. Non è di certo la storia che la me di sedici anni si sarebbe aspettata ma quella che si meritava.

Di questa storia ho apprezzato tantissimo la caratterizzazione dei personaggi che nella saga madre erano solo dei contorni. Ognuno ha una personalità forte, ci si confronta, si ride, si piange, si riflette. Spesso più elementi alla volta compaiono insieme. Si mette in scena la fratellanza tra un gruppo di amici che si incontrano per caso e di primo acchito non avrebbero niente a spartire tra loro ma che proprio per questo funzionano bene: ognuno porta qualcosa di diverso al gruppo e sa come “sfruttare” al meglio le potenzialità degli altri compagni.

Spicca su tutti Remus, il mio preferito nella saga principale e anche in questa fan fiction, che crede di vivere all’ombra di James e Sirius, ma che in realtà è la colla che tiene insieme il gruppo, che ha le idee per scherzi nuovi e che fa di tutto perché quelli intorno a lui siano a proprio agio in sua presenza. Anche James stesso, per quanto per esigenze di trama compaia meno spesso dei due innamorati, mi è piaciuto. È il frontman del gruppo, quello che sa sempre cosa dire, cosa fare, come tirare su il morale dei suoi amici. Ed è per questo che la sua morte, per quanto -ahimè- non venga messa in scena ma venga solo raccontata da terzi, fa ancora più male. Non è morto solo un amico, un marito e un padre, ma un punto di riferimento, qualcuno a cui molti guardavano con ammirazione e affetto. Una persona che aveva davanti un futuro luminoso, che è stato tranciato brutalmente.

Se devo trovare delle critiche, avrei preferito stare un po’ nella testa di Peter e capire quali fossero le ragioni che l’hanno portato a tradire il suo ruolo di custode segreto, ma credo che fossero facilmente intuibili, nonostante tutto. Comunque un po’ di insight in più non avrebbe fatto male (lo so che sono più di 1400 pagine, ma ne avrei lette altrettante e non avrei sentito il peso della narrazione). Un'altra cosa che mi ha lasciata un po' stranita -e questa è un po' più importante dato che è il focus principale della fan fiction- è la passività con cui i personaggi accettano le rivelazioni più grandi. Remus dice "sono gay" e tutti sono contentissimi per lui. Sirius dice che si sta frequentando con Remus e tutti gli rispondono "d'accordo" con tanto di scrollata figurata di spalle. Remus confessa a Grant (personaggio che nella serie non c'è ma qui funge da amico babbano e ripiego sentimentale di Lupin) di essere un mago e un LUPO MANNARO, e quello annuisce e accetta la cosa come se gli avesse confessato di essere un hippie. Di nuovo, la lunghezza va bene, ma alcuni passaggi mancano di approfondimento.

Nonostante alcuni difetti oggettivi, questa rimane una fan fiction scritta bene (migliore di molte altre fan fiction e di alcuni romanzi pubblicati -che quindi hanno dovuto affrontare un giro o più di editing e correzione di bozze). A più riprese mi è venuto il magone, soprattutto quando ho realizzato di averla conclusa (1400 e passa pagine sono tantissime, per dire, è più lunga della mia edizione del conte di Montecristo che ne conta 1200 scarsine) e ho apprezzato la scelta dell'autrice di interromperla appena prima dello scontro al Ministero dei Misteri. E noi sappiamo bene cosa succede lì. Temo che il mio cuore non avrebbe retto, quindi grazie MsKingBean89 per avermi risparmiato questa sofferenza. Su altre cose hai picchiato giù duro, ma almeno su questa hai glissato.

Questo è il mio primo esperimento di recensire una fan fiction, che per me sono un mondo un po' a parte nell'universo della narrativa, dal momento che non creano un canone loro ma sviluppano un canone già esistente, però devo dire che mi sono divertita.

sabato 7 febbraio 2026

"Catene di gloria", di Nana Kwame Adjei-Brenyah

 

Datemi un distopico e il mio cuore sarà vostro. Ne ho letti talmente tanti nel corso della mia vita che posso definire questo sottogenere della narrativa (che di base non vuol dire niente, sì, sì, polizia del bookmondo, vi vedo che protestate, venite a prendermi, arrestatemi pure, se volete) uno dei miei preferiti. Il mio genere preferito rimane qualsiasi cosa contenga i draghi (tranne quella cagata astronomica di fourth wing, ma di quello mi sono già lamentata abbastanza), ma anche questa categoria di libri se la gioca bene. E considerando che la prima volta che ho letto "1984" mi sono annoiata a morte, devo dire che ne ho fatta parecchia di strada.

Preparatevi dunque a farvi travolgere dal fiume in piena che è questa recensione perché questo è un libro bello, che ha toccato le corde giuste e mi ha fatto attaccare un pippone interminabile. Scusatemi e spero che la recensione risulti comunque completa, esaustiva e facilmente digeribile.

Questo libro mette il lettore davanti alla criminalità, alla feccia peggiore dell'umanità, e gli fa provare empatia nei loro confronti. Che oltre a essere un meccanismo psicologico che ci fa spesso empatizzare coi protagonisti dei libri e dei film, è una critica a noi che i crimini non li abbiamo mai commessi. Noi, che proprio in virtù del fatto che i crimini non li abbiamo mai commessi, ci arroghiamo il diritto di criticare "gli altri". Sì, quella persona è un assassino, ma si merita davvero di morire? Se noi fossimo davvero migliori di lui, non dovremmo mostrargli più empatia di quella che lui ha mostrato alla persona che ha ammazzato? Sì, era un nazista e si meritava di stare in carcere e di scontare la pena (possibilmente per sempre, con la chiave buttata giù per il tubo e una finestra sul mondo esterno attraverso la quale ammirare il panorama a strisce) però aveva dei fratelli con cui era cresciuto e che sentono la sua mancanza ora che è morto. E con questo non intendo dire che i criminali non si meritino una punizione e che si meritino di essere trattati coi guanti di velluto perché "oh poverini chissà quanto hanno sofferto nella loro vita", ma che se c'è una cosa di cui sono convinta nel mio  piccolo è che i criminali possano essere riabilitati, e che di sicuro non si meritino la morte, soprattutto per far divertire dei privilegiati, spesso bianchi, che godono e sono disposti a pagare suon di soldi per vederli morire nella speranza di uscire vivi dal braccio della morte.

Perché il fatto che siamo degli animali sociali è vero fino a un certo punto, che finché siamo nelle giuste condizioni ci fa comodo avere l'approvazione e il supporto dei nostri simili e a calpestare la nostra stessa morale nella speranza di sentirci dire che siamo bravi, che abbiamo fatto un commento intelligente o che c'è qualcuno che sta dalla nostra parte pronto ad aiutarci appena lo chiediamo; ma poi quando le circostanze cambiano ci trasformiamo in delle bestie feroci che si interessano solo al proprio tornaconto e il cui unico obiettivo nella vita è la propria sopravvivenza anche a costo di sovrastare gli altri con la forza (piccolo inciso che mi sento di fare, una delle cose che mi infastidiscono di più è sentir dire "erano stipati come delle bestie", "si comportava come un animale" e simili, come se noi non fossimo animali e come se fosse giusto che delle bestie che non possono esprimere a voce il loro disagio siano torturate, mentre gli umani si meritano un trattamento migliore per il solo fatto che sono nati umani -sia chiaro, non accetto la violenza in qualsiasi caso, mi dà solo fastidio il doppiopesismo).

Prima dicevo che gli uomini non sono animali sociali: mi correggo. Gli uomini sono animali estremamente sociali (e non mi riferisco agli uomini in quanto genere contrapposto alle donne, ma come esseri umani in senso generale, eccetera eccetera, ci siamo capiti), soprattutto quando si tratta di spettacolarizzare il dolore degli altri. Quando si tratta di ergerci a paladini della giustizia, quando si tratta di far vedere al mondo che noi siamo migliori dei criminali, accettiamo che vengano fatte a chi reputiamo inferiore a noi qualsiasi atrocità non rendendoci conto che non commettendo crimini noi non stiamo facendo niente di particolare, ma solo lo stretto indispensabile per essere persone decenti. E poi ci sarebbe da parlare di quella piccola cosa chiamata "empatia" che la gente non ha o che spesso sceglie di ignorare, quella cosuccia da niente che ci impedirebbe, in teoria, di trattare gli altri come non vorremmo essere trattati noi, quel "chi è senza peccato scagli la prima pietra" di cristiana memoria ma che la gente, credendosi superiore, finge di dimenticare, pur dimostrando, spesso, di avere una fede incrollabile, almeno a parole. Vogliamo parlare poi di tutta quella paradossale parentesi dei messaggi di sostegno che i Forzati ricevono? Messaggi del tipo "sono un tuo fan!", "sei la ragione che mi fa continuare a vivere!", "ammiro la tua energia", "ti stimo, ma credo che tu sia leggermente inferiore a *inserisci nome di altro Forzato*". Oltre a una serie di commenti inappropriati con allegate foto di parti intime. Non solo hanno spettacolarizzato la morte della gente, ma li prendono anche inconsapevolmente per il culo credendo di fare il contrario, di supportarli in maniera sincera e senza alcun ritorno, anche se spendono fior di soldi per potersi comprare apparecchi all'avanguardia e abbonamenti premium, plus e vattelappesca per poter seguire le imprese dei loro beniamini come se, invece di essere carcerati che praticamente si giustiziano a vicenda per intrattenimento nella speranza di poter uscire dal carcere, fossero allegri turisti in villeggiatura.

La storia segue diversi personaggi, ti pone di fronte alle loro colpe, che loro stessi sono consci di aver commesso e che si meritano ogni secondo della pena che stanno scontando, e anzi spesso sono contrari ai manifestanti che protestano in favore dell'abolizione di quei giochi tremendi. Perché spesso è così, l'indignazione di chi non è coinvolto ma ha comunque un briciolo di morale a guidarlo serve a poco, ci illude di avere un briciolo di potere in ambiti in cui non c'è niente da fare, perché la massa ha la memoria corta, appena si gira dall'altra parte si è già dimenticata tutto. Viviamo in una società con la memoria corta, in cui qualsiasi cosa duri più di cinque secondi contati non si merita il nostro interesse, nell'epoca dello scrolling compulsivo, in cui chi prova ad alzare la testa viene menato a sangue, ma basta che un bravo oratore sappia intortarci abbastanza che siamo in grado di dimenticarci anche i crimini più cruenti.

Mi rendo conto che di questo libro non ho detto molto, ma ho detto tutto quello che c'era da dire. I protagonisti sono altro da noi, ma sono allo stesso tempo noi. Hanno dei nomi, dei passati, delle storie proprie, gente che voleva bene a loro e a cui loro volevano bene, potrebbero essere dei nomi, dei passati e delle storie di tutti i giorni, che potremmo ascoltare al telegiornale o ascoltando un podcast. Questo libro ci mette di fronte a verità scomode, che spesso facciamo finta di non ascoltare, di non vedere, di non sentire la sofferenza che ci sta intorno.

L'unica cosa che avrei cambiato in questo meraviglioso e stupefacente viaggio (nel caso in cui non si fosse capito il libro mi è piaciuto e lo consiglio a tutti) è il finale. Nel corso del romanzo vengono presentati due personaggi e il narratore passa dalla terza alla prima persona (io penso che la scelta sia stata fatta perché i due personaggi vivevano in totale isolamento sensoriale e non avevano altro che la loro testa come spazio in cui ritirarsi per scampare al dolore) e lo scontro con le due protagoniste arriva troppo tardi e finisce troppo in fretta. Quei due personaggi si meritavano ancora più spazio e un finale migliore, ma ahimè un lieto fine in situazioni come queste non è un lusso che si possono concedere in tanti. Soprattutto se fanno parte di una minoranza, e soprattutto se la morte è considerata come una liberazione alla quale anelare.

Perché, come spesso viene ripetuto all'interno del romanzo: "solo perché una cosa esiste non vuol dire che non possa cambiare, e solo perché non avete mai visto una cosa non vuol dire che sia impossibile".

lunedì 19 gennaio 2026

"L'autunno del clan Karev", Elaine Anne Marley

Scrivere un sequel è sempre complicato, soprattutto se si è agli esordi, perché si rischia di cadere in una serie di errori che capitano persino agli autori più rodati e il più grave dei quali è quello di fare una brutta copia del primo romanzo, in cui non succede niente di rilevante, i personaggi rimangono statici e il worldbuilding non viene approfondito.

Questo romanzo invece non commette queste ingenuità: la storia di Camelie si era per la maggior parte esaurita col primo volume, quindi il focus si sposta da lei a Davina Karev, figlia del capo mafioso Ziv che si ritrova alle prese con le piantagioni dei ricchi albini di Nilemouth. La sua parabola è a mio parere uguale ma opposta a quella di Camelie, che dall'alto della sua ricchezza si ritrova a diretto contatto con i quartieri più poveri e ne esce migliorata; Davina, invece dal basso della sua povertà si ritrova a sprofondare ancora di più (quando credi di aver toccato il fondo ricordati che puoi sempre cominciare a scavare), ma entra in questo modo in contatto coi figli delle piantagioni che tanto disprezza e ne esce migliorata.

Anche i motori dei due romanzi sono diametralmente opposti ma comunque simili, legati alla famiglia: non più una carenza di affetto e la percezione di non essere benvoluti dai genitori e dagli amici, ma un attentato al circo compiuto, presumibilmente, dalle tre persone più legate alla protagonista, che si sente tradita da loro, delusa per non essere stata coinvolta e viene braccata come un animale in fuga dal Padrino perché convinto di un suo coinvolgimento (no pun intended, dato che nell'attentato sono coinvolti degli animali).

Il worldbuilding viene approfondito, vengono esplorate aree nuove della città/provincia di Nilemouth e viene dato un contesto storico e geopolitico in più sul dramma che ha portato l'umanità al punto in cui si trova e dà una prospettiva della società speculare a quella del primo volume.

Ci sono però due note dolenti che mi hanno fatto abbassare un pochino la valutazione complessiva.

Una è piccola piccola, si tratta di qualche refuso sparso per il testo, ma è roba rara (e succede soprattutto nella prima parte del romanzo), non è niente che rovina la lettura ed è relegato a qualche errore di battitura sfuggito alle revisioni.

L'altra è data da alcuni temi che sono trattati a mio parere in maniera un po' frettolosa. Innanzitutto il "pretesto di trama" che dà il via al romanzo (l'attentato di cui parlavo poco fa) è accennato all'inizio del romanzo e mai veramente approfondito, se non tramite alcuni accenni nel corso del romanzo, soprattutto verso la fine. Uno dei tre presunti responsabili del fattaccio contatta la protagonista per intimarle di non immischiarsi nei suoi affari e di smetterla di indagare sul suo conto, poi finisce tutto lì: gli altri due circensi coinvolti non vengono mai trovati, non vengono mai mostrati degli sforzi eccessivi da parte di nessuno per trovarli, tutto ciò che si sa del loro destino sono illazioni fatte dai vari personaggi. Anche l'evento stesso viene sbattuto in faccia al lettore nelle prime pagine del libro, non viene mostrato un reale movente per cui i tre avrebbero dovuto farlo (viene ventilata l'ipotesi di una malattia, o forse un attentato volto a indebolire il potere dei più ricchi, ma la questione non viene mai veramente approfondita).

A mio parere, subiscono la stessa sorte anche tutti gli spostamenti di Davina, la protagonista, che, dal momento in cui viene arrestata per una serie di eventi che la portano invischiata in affari più grossi di lei, viene sballottata prima in una piantagione, poi nella casa della proprietaria terriera di cui fino a poco tempo prima coltivava la terra, poi in un istituto per cui si riabilitano i carcerati tramite la musica (pezzo che a me è piaciuto tantissimo, "critico" solo la fretta con cui si passa da un ambiente all'altro) solo per non scontare mai la pena (e il tempo passato lì non verrà mai più menzionato come se non fosse mai successo) e uscire tramite un sotterfugio. Badate bene, queste cose non intaccano la storia in sé, avrei solo preferito un po' più di calma nel spiegare il tutto, distendere il flusso della narrazione per spiegare bene tutti i vari passaggi.

Avviso ai naviganti, devo fare uno spoiler minore, se non volete aver rovinata nessuna sorpresa, saltate questo pezzo fino alla prossima frase evidenziata.

Ammiro la scelta di non aver inserito un elemento romantico predominante, ma dal momento in cui viene ventilata l'ipotesi di un interesse di Davina nei confronti di Roy (ricambiato) avrei preferito qualche scena in più per costruire meglio la loro relazione, ma capisco che il focus non fosse quello quindi me lo faccio andare bene comunque (sono pignola lo so).

Fine spoiler (e anche della recensione, andate tutti a leggere questo libro e fatemi sapere cosa ne pensate, anche se non accetto che mi si dica niente, il romanzo è bellissimo e io adoro tutto, ciao).

Concludo questa mia tirata con due aspetti positivi: quel patatino di Roy e quel Golden Retriever di sua sorella Amanda sono stati la gioia dei miei occhi, sono due personaggi puri e che avrei voluto abbracciare.

giovedì 1 gennaio 2026

"Lasciami entrare", di John Ajvide Lindqvist

 

Blackeberg è una piccola cittadina svedese in cui non succede mai niente.

Oskar è un bambino sovrappeso che va alle medie (o presumibilmente sta per finire le elementari, ma non sono totalmente sicura di come funzionino le scuole in Svezia) e viene bullizzato da un gruppetto di coetanei per il suo essere sovrappeso. Bullizzato pesantemente, talmente tanto che ha iniziato a farsi la pipì addosso, tanto da dover escogitare un metodo per evitare che le chiazze di urina gli macchino i vestiti. Non vuole che i bulli aggravino i loro scherzi a suo carico.

Eli è la nuova vicina di Oskar, una bambina di poco più piccola di lui, che si è trasferita a Blackberg insieme al padre. Eli sembra allo stesso tempo molto più intelligente e più ingenua per una bambina della sua età. Eli è strana. Eli ha un segreto. Forse anche due. Eli è un vampiro, e suo padre non è veramente suo padre. Il suo nome è Håkan e il suo ruolo è sfamare Eli. Håkan è innamorato di Eli in un modo perverso e innaturale, ma allo stesso tempo comprensibile. Eli è un essere immutato che alterna momenti di saggezza immensa a momenti di ingenuità che sembrano tipici di una persona di dodici anni.

Tommy è un adolescente ribelle. Sua mamma ha un nuovo fidanzato, e lui si comporta da adolescente ribelle la cui famiglia si è sfasciata. Fa piccole cose da teppistello, ruba una statua del fidanzato della madre e la getta in mezzo a delle siepi, crea un po' di fumo in chiesa per interrompere una funzione noiosa e discute con sua madre, dimostrandosi a tratti più maturo di lei.

C'è anche un gruppo di amici. Un gruppo di adulti che vive la loro vita in maniera monotona e si lascia trasportare in maniera passiva dal corso degli eventi, risucchiati in un vortice che raramente lascia spazio a briciole di gioia illusoria, che durano giusto il tempo di una serata trascorsa a bere e a chiacchierare di frivolezze. Due di loro fanno anche sesso occasionale, ma anche quello dura poco. Gli equilibri si rompono quando uno di loro scompare e viene trovato morto poche settimane dopo.

Le vicende tra i vari personaggi si intrecciano qui, perché il cadavere viene trovato da Oskar, che è il vicino di casa di Eli che vive insieme all'uomo che ha ucciso l'uomo scomparso.

Questo è un romanzo strano. A volte si fa fatica a stargli dietro, ma offre spunti di riflessione molto interessanti sulla sopravvivenza del singolo individuo, sui motivi che ci spingono a compiere determinate azioni, che ad altri possono sembrare inconcepibili, che spesso una comunità si permette di giudicare credendosi migliori di chi, in fondo, sta solo cercando di esistere causando meno danni possibili.

Alla fine gli eventi pendono una piega ancora più cupa. Gli scherzi dei bulli si fanno sempre più pesanti, attentano alla vita di Oskar dopo che lui ha rischiato di dare fuoco alla scuola dopo che i bulli avevano cercato di ucciderlo una prima volta perché lui aveva causato una commozione cerebrale a uno di loro (che al mercato mio padre comprò).

Il finale apre a un mondo di possibilità. Da come l'ho interpretato io Oskar ed Eli scappano insieme, e Oskar assume il ruolo che Håkan aveva all'inizio del libro: procurare sangue al vampiro, in un circolo di morti e di spostamenti senza fine, destinato a ripetersi in modo perpetuo, finché Eli non si stancherà di esistere o finché qualcuno si stancherà della sua esistenza e deciderà di porvi fine.

venerdì 26 dicembre 2025

"Ira dei", di Giada Abbiati

 


Lo dico subito, così sapete cosa aspettarvi da questa recensione: il libro non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto principalmente perché mi aspettavo tut'altro genere di libro, mi aspettavo un dark fantasy scorretto e con un sistema magico innovativo, e invece mi sono trovata tra le mani un romantasy, in cui le scene d'amore superavano quelle d'azione e con un sistema magico confuso e allo stesso tempo troppo banale che non viene spiegato come avrebbe dovuto.
Premessa che mi pare superflua, ma per levarmi dagli impicci lo dico lo stesso: questa è la mia opinione, non è mia intenzione attaccare nessuno e se a voi questo libro è piaciuto non sentitevi offesi, se volete parlarne benissimo, lasciatemi un commento qui sotto o su instagram e vi prego di usarmi la mia stessa cortesia, ovvero non offendermi come io non offenderò nessuno in questa recensione.
E ora possiamo cominciare.
La storia è ambientata a Pavia, sul finire del 700 (non del '700 proprio il 700). La città non si chiama ancora Pavia ma Ticinum, ed è flagellata dalle famigerate nebbie che coprono la pianura padana tra ottobre e dicembre. Solo che queste nebbie nascondono dei mostri, esseri umani ritenuti peccatori che, inspirando la nebbia, si trasformano in demoni in Terra che delle suore con particolari poteri devono uccidere. E qui sorgono i miei primi dubbi: chi lo decide che questi sono peccatori? Come funziona la nebbia? Che cosa fa trasformare comuni esseri umani in mostri? Da dove arrivano i poteri delle suore? Da Dio, certo, ma perché le suore ce li hanno mentre frati, preti e i semplici fedeli no? E qui arriviamo a un grande nodo della vicenda: alle monache basta dichiarare un versetto della Bibbia ad alta voce e succedono delle... cose. Non si capisce bene cosa, come succeda o peggio ancora perché, ma succedono delle magiche magie. A parte alcune cose logiche, le altre sono lasciate al caso e non vengono mai spiegate.Le monache sono specializzate in branche diverse di "magia" (e scrivendo questa cosa mi viene abbastanza da ridere, perché se delle Spose di Cristo avessero saputo usare la magia in quel periodo nella relatà probabilmente sarebbero state bruciate -sì, lo so che le più grandi cacce alle streghe sono avvenute molto dopo, intorno al '600, però oddio, vostro onore, non credo che la stregoneria fosse bene accetta a prescindere), dicevo che le varie suore sono specializzate in branche diverse della magia, magia curativa, di difesa, di attacco e di supporto, qualsiasi cosa voglia dire, per questo vengono divise in squadre piccole, che devono legare e funzionare come se fossero un corpo solo. Peccato che poi Adelca, la protagonista, finisca per gettarsi a capofitto nelle situazioni pericolose per conto suo perché non vuole compromettere la squadra. MA ALLORA PERCHÉ TI SPENDI TANTO A ELOGIARE LE TUE CONSORELLE SE POI NON LASCI CHE TI AIUTINO? Scusate, sono calma, ma non tollero le forzature logiche. E in questo libro ce ne sono parecchie. Un'altra cosa che non tollero, e che in questo libro abbonda, sono le ripetizioni (e le descrizioni forbite per esprimere concetti semplici): la protagonista ha due tratti in croce, la rabbia e l'amore per Wisegarda, una consorella con cui si sollazza di tanto in tanto. Il che non è sbagliato, di base, non sono un'esperta a riguardo ma suppongo ci fossero tantissimi religiosi che non rispettassero il voto di castità, soprattutto all'epoca, ma da lì ad ammazzare una serva che ti scopre e andare a scopare con "l'amata" (termine che sono arrivata a disprezzare visto il quantitativo spropositato di volte che è stato utilizzato) nella stanza accanto, lasciando il cadavere in soggiorno passa tantissima acqua sotto il ponte. Per quanto riguarda la rabbia, l'altra caratteristica di Adelca, non c'è molto da dire. Semplicemente, per il punto in cui sono arrivata io, non ha chissà quanta ragione di esistere.
La nota positiva, oltre a una grammatica usata correttamente (sembra stupido ribadirlo, ma di questi tempi niente è scontato), è una ricostruzione storica studiata in maniera logica e coerente, il vero punto di forza della storia, a mio parere.
Purtroppo questa è stata una delle letture più deludenti del 2025, mi dispiace che non mi sia piaciuto, ma avevo totalmente travisato questo libro. Capisco perché altri possano averlo apprezzato, ma non è proprio il mio.

venerdì 28 novembre 2025

Speciale tre anni di blog. Retelling: gli scrittori sono davvero tenuti all'originalità?


Questo post avrei potuto intitolarlo "storia di come Marty aveva scritto più di mezzo articolo e poi l'ha cancellato per impostarlo in un altro modo", ma sarebbe stato troppo lungo.

Nella bozza che avevo già scritto, all'inizio attaccavo il solito pippone sul perché ho deciso di sproloquiare su questo argomento, ma poi ho deciso che non era così importante. Non mi interessa e suppongo che non interessi nemmeno a voi sapere cose già note su video pubblicati sui social che hanno attirato critiche basate sul nulla e quant'altro, quindi vorrei focalizzarmi su altro.

Gli esseri umani raccontano storie da sempre. Prima tramite dipinti rudimentali sulle pareti delle grotte, poi tramandandosele oralmente, infine leggendole o vedendole trasposte su pellicola. All'inizio magari era solo una pura questione di insegnamento, vedere come si poteva cacciare un mammut in gruppo o anche solo banalmente sapere che se sei cattivo farai arrabbiare un'entità soprannaturale che vive in cielo; in tempi più recenti la questione si è fatta un po' più complessa: la scuola pubblica è diventata accessibile a tutti, anzi è addirittura obbligatoria (con tutti i problemi del genere, ma non aprirò qui il discorso su quanto spesso il sistema scolastico soprattutto qui in Italia sia inadeguato alle esigenze del singolo studente e tenda a generalizzare un po' troppo il suo piano di studi), quindi le storie non sono diventate più una mera questione di apprendimento. La "morale della favola" è importantissima, per carità, ma non è più la cosa più importante. Accanto, c'è la componente "intrattenimento". In questo mondo sempre più globalizzato, anche grazie all'uso dei social, vogliamo divertirci, svagarci, staccare il cervello dai problemi della nostra società (e soprattutto negli ultimi tempi non sono pochi).

Gli esseri umani raccontano storie da sempre, ed esistono su questa roccia fluttuante nel nulla da milioni di anni. Quindi un autore che si approccia alla scrittura nel 2025, con tutto questo bagaglio di Storia a pesargli sul groppone, può aspirare a essere originale?

Giulia Calligola, nella sua introduzione al romanzo "il giudizio di Persefone" esordisce con una frase lapidaria: "rivisitare una storia conosciuta è molto più complesso che crearne una da zero", per proseguire poi più avanti dicendo che "il bello dei miti è [che] vengono raccontati da così tanto tempo perché funzionano; sono tanto simbolici ma anche tanto adattabili ad ogni tipo di mentalità ed epoca [...]".

E secondo me la chiave dei retelling sta tutta qui: trovare un messaggio in una storia antica, già nota, che può essere ampliato, riscritto. Il bello dei retelling è che partono da una base conosciuta per veicolare un messaggio diverso dal solito pur raccontando una storia già conosciuta. Che in buona sostanza è esattamente quello che succede anche coi romanzi "originali": sfruttano degli archetipi che esistono dall'alba dei tempi per arrivare a un punto clou, una morale che viene raggiunta. Quello che cambia è come viene raggiunta.

L'odio per i retelling secondo me nasce sui banchi di scuola. Lì i libri vengono fatti entrare in due categorie: i classici immortali, i libri belli oltre ogni possibile dire dei quali non si può dire nemmeno una sillaba negativa, e tutti gli altri. In "tutti gli altri" rientra la qualunque; a parte forse una breve parentesi che viene fatta alle medie sui vari generi letterari, qualsiasi altro tipo di libro viene snobbato in favore di autori morti almeno un secolo fa e dei quali la recensione è sempre, indiscutibilmente, "questo libro (ma al posto di libro potete metterci anche poema, componimento o qualsiasi altra cosa vi possa venire in mente, NdR) è bellissimo", seguito da pipponi sulla metrica, sulla scelta di una parola rispetto a un'altra e nozioni inutili sulla vita dell'autore che gli studenti si saranno dimenticati il secondo dopo che l'interrogazione sarà finita.

Anzi, io sono qui per fare l'avvocato del diavolo: se leggessimo alcuni libri senza il pregiudizio che ci viene inculcato a scuola, troveremmo la maggior parte dei suddetti noiosa. Oltre al fatto che leggeremmo molto di più e molto volentieri. Non sono qui a dire che la scuola sia responsabile del fatto che in Italia il 30% dei lettori legge solo qualche volta l'anno (e i lettori forti sono di conseguenza meno), però ho perso il conto delle persone vicine a me, in periodo scolastico, che mi hanno detto "mi piacerebbe provare a leggere, ma la scuola mi ha fatto passare la voglia".

Gli autori quindi sono tenuti a essere originali? No. Nessuno lo è, nessuno lo è mai stato. Gli stessi miti greci ci sono pervenuti in molte versioni diverse, e io continuerò a considerare l'Orlando Furioso il primo retelling che può essere considerato tale, nonché seguito dell'Orlando innamorato di Boiardo.

Ma ora arriviamo alla parte divertente: io sono qui invece per consigliarvi dei titoli che vi facciano cambiare idea se pensate che i retelling siano solo dei porno di bassa qualità scritti da gente con poche idee che non abbia idea di come si scriva un libro... ma ci sarà spazio anche a qualche critica al genere, perché il contraddittorio in queste situazioni è fondamentale.

Il primo titolo che mi sento di consigliarvi è ovviamente la dilogia di Engaged, quella che ha dato il via al mio sproloquio che ora siete costretti a leggere (e senza quel video in cui la consigliavo in quanto "Rodrigo è innamorato di Renzo e Lucia è una strega", probabilmente la mia vita adesso sarebbe leggermente diversa). In maniera un po' più seria, di questa storia posso dirvi che sono coinvolti angeli, demoni, una macchina metafisica alimentata dalla magia, lupi mannari e una cura nei dettagli filologici e storici della vicenda che mi ha commossa. Il tutto riesce a mescolarsi bene alla trama avvincente che riesce a reggere bene il ritmo e a tenere chi legge incollato alle pagine (qui vi lascio la recensione del primo volume e qui quella del secondo).

Ovviamente se si parla di retelling non si può non citare "Il giudizio di Persefone" e "Lore Olympus", rispettivamente un romanzo e un web comic incentrati sul mito di Ade e Persefone. Il primo in particolare è una diretta conseguenza del secondo, quindi a un livello superficiale la trama potrebbe sembrare la stessa, ma se Lore Olympus prende una trama parecchio cupa con il potenziale ritorno di Crono a scompigliare le carte (non mi sono dimenticata, tra l'altro che devo scrivere la recensione alla terza stagione, con una lentezza esasperante sto finendo di leggere il fumetto quindi prima o poi arriverà. Non so quando ma arriverà), il giudizio di Persefone invece si concentra di più sull'aspetto giuridico della vicenda e accenna ad altri miti come quello di Orfeo ed Euridice, con due novelle a corollario che approfondiscono ulteriormente dei personaggi secondari che nel romanzo principale non avevano spazio per essere inseriti più di tanto.

Una saga che ricordo sempre con piacere è quella di "parole di luce" di Joanne Harris incentrata sulle leggende nordiche: il mio amore per la mitologia norrena (che in futuro approfondirò senz'altro) è nato tra quelle pagine, e se Loki è una delle mie divinità preferite lo devo sicuramente a quei libri ("Il canto del ribelle" è una vera e propria chicca, ho scoperto di recente che è uscito anche un seguito e lo recupererò al più presto); mentre se è il folklore russo che vi interessa allora c'è "l'orso e l'usignolo", primo volume di una trilogia che voglio assolutamente continuare (ho una voglia matta di continuare questa serie, nel frattempo qui trovate la mia recensione) che riprende una leggenda di quelle terre brulle e gelide.

Aprendo la parentesi "Good Omens" si tocca un tasto dolente per le vicende che hanno coinvolto uno degli autori, ma se vogliamo basarci solo sull'aspetto artistico della questione, questo è un must have per gli appassionati del fantasy. E sì, io lo considero un retelling. Se tu prendi una storia già esistente in cui gli eventi e alcuni dei protagonisti sono chiamati nello stesso modo, ma vengono aggiunti altri personaggi nuovi, io lo considero un retelling in piena regola.

Spesso se sentiamo la parola "retelling" pensiamo alla mitologia greca, perché libri tipo "la canzone di Achille", "cantami o diva" e quant'altro hanno segnato (e continuano a segnare) una pagina molto importante della letteratura contemporanea (nel bene e nel male), ma non sono il solo tipo di riscrittura che esiste. Una delle letture più recenti che ho affrontato infatti riprende la fiaba di Andersen "La piccola fiammiferaia" e la riscrive in chiave moderna, trattando il delicatissimo tema della salute mentale e di come spesso preferiamo girarci dall'altra parte piuttosto che affrontare il dolore psicologico di chi ci sta accanto. Sto ovviamente parlando di "cinque fiamme azzurre" di Marta Pesci, anche di questo trovate già la recensione sul blog a questo link. Dico solo che ho pianto anche solo scrivendo l'articolo, cosa che mi succede raramente per non dire mai.

Un romanzo che a me personalmente non ha fatto impazzire ma che comunque vi consiglio perché non si sa mai che possa trovare il suo pubblico è "L'ora dei dannati" di Luca Tarenzi: a me non è piaciuto perché ho trovato lo stile prolisso e iper-descrittivo (nel senso che per descrivere una cavolo di parete di roccia venivano impiegate una cosa come due righe e quattro aggettivi) però mi rendo conto che la storia di base è interessante e anche se io non sono riuscita ad andare oltre il primo volume mi rendo conto che a molti potrebbe interessare; gli stessi problemi, più o meno, li ho constatati anche in "L'uncino di Pan" di Franz Palermo: l'idea di riscrivere la storia di Peter Pan dal punto di vista di Uncino, spiegando le motivazioni per cui è diventato il cattivo della storia, era un'idea a mio parere ottima, ma sviluppata non al meglio delle sue possibilità, secondo il mio gusto personale. Si perde troppo tempo con lo show don't tell, deviando la trama dal suo focus principale e riducendolo di fatto alla seconda metà del libro e dilungandosi troppo nelle descrizioni delle sensazioni laddove la trama avrebbe esatto dei passaggi più asciutti e veloci.

Ovviamente l'argomento sarebbe molto più ampio (mi piacerebbe, per esempio, aprire l'argomento delle fan fiction, che a loro modo riscrivono un canone noto, spesso tappando dei buchi che si sono creati nella storia principale, magari ne parlerò in futuro, troverò un modo di discutere l'argomento senza dire cose senza senso) e temo che non possa essere sviscerato in un solo articolo, quindi probabilmente ci tornerò sopra in futuro, quando avrò avuto più tempo per approfondire meglio la questione e avrò letto ancora più libri da potervi consigliare o di cui potervi parlare male.

Quindi, le mie conclusioni (che alla fine sono un po' le stesse che avevo già detto nello speciale dell'anno scorso) sono: gli autori non sono tenuti a essere originali, non ci sono dei libri che sono meno validi di altri solo perché appartengono a un dato genere. Esistono libri scritti bene e scritti male, e i retelling sono tanto importanti quanto tutti gli altri, lo trovo molto riduttivo pensare che tutti siano scritti male solo perché una volta magari avete letto un libro brutto.

martedì 11 novembre 2025

"Cinque fiamme azzurre", di Marta Pesci

 

Anna ha i capelli azzurri, proprio come i suoi occhi. I bambini a cui fa fare i compiti il pomeriggio li adorano, perché somigliano ai muri della loro scuola.

Anna ha un fidanzato, che la ama nonostante i rotolini "di troppo" che le circondano i fianchi, che però non ha sempre tempo per lei. Deve dipingere, concentrarsi sul suo sogno.

Anna ha un'amica, Vittoria, che però è fidanzata e non sempre ha tempo per lei. È Manuel la sua priorità e anche la sua carriera universitaria.

Anna ha una mamma che la supporta sempre nonostante tutto. È stata la fan numero uno dei suoi capelli azzurri, ha pregato per lei insieme alla nonna malata di Alzheimer e sicuramente la supporterebbe anche sapendo che è stata licenziata dal suo lavoretto al doposcuola, se solo Anna volesse confidarsi con lei. Ma Anna non lo fa, non vuole caricarla di un ulteriore peso, con tutti i pensieri che ha già.

Anna ha un sogno: diventare insegnante. E ha anche la possibilità di realizzarlo: è stata contattata da una scuola privata e il colloquio è andato bene, nonostante la domanda difficile che le sia capitata.

La vita è incrinata, e il colpo di grazia le viene dato, il giorno del suo compleanno: vorrebbe festeggiarlo insieme alle persone a cui vuole bene, ma la mamma è lontana, ha litigato con Gian e Vittoria le dà buca all'ultimo. La ciliegina sulla torta è il risultato del concorso: Anna scorre i nomi con avidità per scoprire che è arrivata ultima. Le sue speranze si sono sbriciolate di colpo sotto ai suoi piedi. Esce di casa, va nel suo posto preferito di Milano, ai Navigli, sale su un ponte e si sporge.

Anna si suicida. Ha perso ogni ragione di vivere, l'aggancio di Gian per diventare un artista affermato ha realizzato un'installazione di arte contemporanea di una sirena che palesemente ha le sue fattezze ed è legata a un cappio, il suo fidanzato la ignora, la sua migliore amica la trascura e il lavoro va male.

Anna viene vista da un gruppo di ragazzi che però non hanno fatto niente per salvarla, nonostante avrebbero potuto sporgersi e afferrarla.

Anna è morta. Si ritrova sotto forma di spirito incorporeo ad affrontare cinque fiamme di cinque persone che sono state importanti per lei: il fidanzato, la migliore amica, la mamma, il datore di lavoro e la nonna. Cinque fiamme che illuminano il suo cammino verso mondo dei morti e della pace eterna: cosa ci sarà dopo non è dato saperlo, la fede in un oltretomba in cui l'anima vive per sempre oppure nel nulla cosmico sta al lettore; l'importante è il viaggio che porta Anna a capire che in realtà non era sola come pensava e a chi rimane in vita a porsi delle domande. Avrebbero potuto aiutare Anna, se lei si fosse aperta? I segnali c'erano stati e loro non sono stati in grado di coglierli? E se il giorno del suo compleanno le avessero organizzato la festa che si meritava? Se le fossero rimasti accanto quando lei aveva più bisogno di loro? Se non l'avessero licenziata proprio in uno dei momenti in cui era più fragile?

Ma in tutto ciò la luce più luminosa è quella della nonna: alla nonna si può dire tutto senza paura che ti giudichi, la nonna non avrà mai parole cattive da rivolgerti e anche quando ti dà degli insegnamenti di vita lo fa nella maniera più genuina possibile, non come un rimprovero, ma come un suggerimento di una persona che ha vissuto più a lungo di te e di difficoltà ne ha accumulate un discreto bagaglio. Perché nei momenti bui, la nonna è sempre la nonna.

Questo libro è stato definito una riscrittura della"piccola fiammiferaia" in chiave moderna, perché la protagonista si affanna per cercare di far capire a chi le sta intorno che sta male, ma chi le sta intorno lo capisce solo quando è troppo tardi e cerca di mettere una pezza alla situazione, e io non posso che essere d'accordo. Oltre ai parallelismi evidenti, come la presenza delle fiamme e la figura importantissima di una nonna con cui la protagonista affronta il viaggio verso la morte più "definitiva", la fiaba di Andersen mi ha sempre riempito di tristezza, da bambina, quando me la leggevano, mi chiedevo come la gente potesse essere così insensibile davanti a una persona che stesse così evidentemente male, ma con "cinque fiamme azzurre" e la mia mentalità da "adulta" ho finalmente realizzato che il malessere di chi ci circonda non è quasi mai così palese, è vero, ma ci sono dei segnali che sta a noi cogliere.

Come mi accadeva con "la piccola fiammiferaia", anche qui ho avuto il magone a più riprese, per poi scoppiare definitivamente a piangere sul finale, perché quando si parla di nonni ho il cuore di panna e non riesco a trattenere i lucciconi agli occhi.

Un paio di difettucci piccoli piccoli che mi vergogno quasi di menzionare, perché questo libro è bello bello. Alcune frasi nella seconda metà sono un po' contorte e ho dovuto rileggerle più volte per riuscire a capirle. E poi c'è Alberto, il datore di lavoro di Anna, che in un paio di occasioni diventa Antonio.

E basta, io non ho niente da aggiungere. Sono in una valle di lacrime anche solo scrivendo la recensione e so che queste poche parole sconclusionate non hanno saputo rendere appieno giustizia a questo libro, ma spero di avervi comunque fornito delle basi per stuzzicare la vostra curiosità e andare a leggere questo libro immediatamente.

“All The Young dudes” di MsKingBean89

Quando un libro non mi è piaciuto devo scrivere una recensione. Lo devo al mio cervello per smaltire tutto il rancore che provo nei confront...

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