domenica 12 luglio 2026

"La mesmerista, terra di sogni e cuori infranti". GRAZIE AL CIELO È FINITA

 

Miei adorati, sedetevi comodi. Prendetevi un bicchiere d'acqua o un'altra bevanda fresca, uno stuzzichino a scelta e imbarcatevi con me in questa avventura, perché sono incazzata come una biscia con questo libro.

Chiariamoci, non sono mai stata una grande fan di questa saga in generale, ma almeno i primi due libri mi avevano intrattenuta. Erano mediocri, certo, ma quantomeno non mi avevano fatto venire voglia di cavarmi gli occhi.

Ma "terra di sogni e cuori infranti" sfodera il peggio del suo repertorio, tra personaggi tossici, svolte romantiche unilaterali tra personaggi che non si erano mai sopportati per due volumi interi e il disperato tentativo di dare una giustificazione a quello che per i primi due romanzi è stato lo stronzo per farlo passare per il buono della situazione.

Comincio questa recensione che non sono arrivata nemmeno a metà libro (in memoria dei bei vecchi tempi) per non perdere nemmeno un'unghia del rancore che mi sta circolando in corpo in questo momento.

In questo (per fortuna) ultimo romanzo, ritroviamo il nostro trio dell'Ave Maria in fuga dopo il finale confuso del volume precedente. E, invece di cercare di andare d'amore e d'accordo (cosa difficile, okay, però siccome ci sono in gioco le vostre vite magari non è il caso di fare troppo i pignoli dato che siete costretti a viaggiare insieme), decidono di guardarsi storto e chiamarsi con appellativi degni del miglior anime adattato dal vate Gualtiero Cannarsi (il farabutto, il criminale e quant'altro).

Incontriamo anche la famiglia di Lena, o per lo meno ciò che ne rimane. Dopo la deportazione per mesmerismo a cui Lena è sopravvissuta per culo che abbiamo già visto nel primo volume, sono rimaste solo mamma e sorella. Sorella che è la tipica sorella minore: incazzata col mondo, tosta, fuma e si è unita ai ribelli per dimostrare che poteva cavarsela anche senza la sorella. La sua utilità è più o meno nulla, quindi non mi concentrerò nemmeno più di tanto su di lei, né sulla nonna che sembrerebbe essere morta ma in realtà non lo è (spoiler? Forse, ma se state leggendo questa recensione forse degli spoiler vi interessa fino a un certo punto).

Il piccolo e, a quanto pare, trascurabile problema è che il contesto storico è più sottile di una carta velina e minaccia di sfaldarsi al minimo soffio di vento.

Inutile mentirci, il punto della trama è la storia d'amore tra Lena e quel parassita di Bastiano: i due, nonostante non abbiano un'unghia di chimica insieme, riescono a portare avanti una storia d'amore strascicata per tre lunghissimi romanzi fino a coronarla col matrimonio (proposto da lei perché lei è diversah, lei è specialeh, lei è bravissima altissima purissima e levissima).

C'è da dire, per dovere di cronaca, che non so chi tra i tre personaggi sia peggio: se nel primo volume salvavo Lena per il rotto della cuffia (salvo poi finire per odiarla totalmente nel finale) e nel secondo non mi dispiaceva la piega che stavano prendendo gli eventi con Doria, a sto giro sono tutti disastrosi. Bastiano è sempre l'inutilità fatta a personaggio, può essere descritto con mezzo aggettivo stiracchiato e la sua unica funzione litigare con Lena (perché altrimenti il romanzo durava due pagine e un quarto, forse), Lena è insopportabile e tossica (litiga con Bastiano perché per mezza volta lui ha osato contraddirla e "schierarsi" dalla parte di Doria perché il suo piano era più sensato) e Doria sbava palesemente dietro a Lena uscendo dal personaggio che per due volumi il lettore ha imparato a conoscere.

Forse è colpa mia che ho voluto impelagarmi in questa avventura infinita che poteva essere raccontata in un volume solo senza tutti quegli aggettivi inutili con cui le frasi sono infarcite (sul serio, lo show don't tell non va usato sempre. A volte solo il "tell" va bene. Abbiate pietà di me, asciugate un po' quelle frasi), ma sono contenta che sia finita, anche se non come speravo (fosse stato per me, sarebbero tutti schiattati male, ora ho voglia di scriverci una fan fiction su).

sabato 4 luglio 2026

Fuori programma: "Supergirl"; uffa che barba uffa che noia

 

"Superman", uscito l'anno scorso, mi aveva fomentata come non mi succedeva da anni con un cinecomic. C'era tutto: un cast stellare, scene d'azione top, una trama solida con tanto di critica sociale. Mi stava abbastanza su che avessero deciso di sostituire Henry Cavill col suo sosia pacioccone (nel senso che è tenerello e ingenuo e col faccino pulitino), però era una cosa abbastanza tollerabile.

"Supergirl" mi ha ricordato invece perché mi ero allontanata dai cinecomic. Il cast rimane comunque ottimo (Milly Alcock è stata la mia parte preferita del film), ma la trama è caciarona, debole, manca di mordente. Tutto potrebbe finire in mezz'ora, invece si protrae per 108 lunghissimi minuti, in cui seguiamo le protagoniste in uno dei viaggi più banali della storia, in cui i conflitti si risolvono in uno schiocco di dita e le difficoltà non hanno seguito perché altrimenti il film non va avanti, il tutto condito con un villain che è la cosa più insopportabile dell'universo. Io di solito parteggio per i cattivi, ma questo era fastidiosissimo, tanto inutile che non mi ricordo nemmeno come si chiama. Però è pazzo in culo quindi forse speravano che la gente stesse dalal sua parte, non lo so.

Questo film è praticamente un tacchino: c'è dentro di tutto, a partire da un pretesto di trama stupido ai limiti del ridicolo, ovvero il canetto che viene avvelenato. La cosa ci preoccupa minimamente? No, sappiamo che per il potere del bucho de culo il canetto starà bene entro fine film, ma ci serviva un motivo per far scendere in campo la supereroina, che altrimenti sarebbe troppo impegnata a sbronzarsi in occasione del suo ventitreesimo compleanno per occuparsi di quisquilie come il traffico di esseri umani o lo sterminio di gente innocente che ha come unica colpa l'aver osato dire di no al cattivo. Perché lei non è come suo cugino, lui è buono, lui è bello, lui è bravo, lui è un patatone, mentre lei è tosta, lei ha sofferto, lei ha visto i suoi genitori morire e bla bla bla.


Il canetto è in qualche effettiva difficoltà? Ovviamente no, perché lo spazio-tempo non esiste e i tre giorni che vengono dati a Kara per trovare l'antidoto al veleno che gli è stato iniettato sembrano invece dilatarsi per una settimana, che la protagonista passa a scorrazzare per l'intero universo facendo a botte con chiunque e prendendone tantissime, tirandosi dietro una pisquana che non serve a nient'altro se non a rallentarla e a non farle finire la missione in un minuto (anche perché nello scontro finale Kara ha almeno tre -TREH- occasioni per prendere l'antidoto ma comunque non lo fa per qualche strano motivo).

Qualcuno poi deve spiegarmi qual è l'esatta utilità di Lobo, oltre a sembrare un Hagrid metallaro e a fare casino. Compare per quanto, cinque minuti? E non fa assolutamente niente nonostante sia alto tre metri e largo quanto un armadio a due ante (e quindi pure lui potrebbe risolvere la questione in un minuto netto, ma non lo fa perché se no veniva fuori un cortometraggio).

Dirò una cosa cattiva, ma questo film ha fatto molto peggio di essere brutto: se fosse stato brutto ci avrei riso su e avrei scritto un trattato breve sulla bruttezza e sulla sua importanza. Questo film è inutile, e per un prodotto artistico l'inutilità è il difetto peggiore che possa avere.

domenica 28 giugno 2026

"The spirits", di Adele Longo Fiamingo

 

Lo ammetto, con questa saga sono un pelino fuori target.

Ciò non significa che non sia riuscita ad apprezzarla comunque (soprattutto i miglioramenti nello stile dell'autrice. So che col tempo maturerà abbastanza esperienza per fare cose grandi). La trama segue i più classici tropi dei romanzi d'avventura: pov alternati, prima persona (ho apprezzato particolarmente la scelta del tempo passato, che aggiunge più realismo alle vicende dei protagonisti), magia, con uno sfondo realistico che rende le storie più vicine soprattutto ai lettori più giovani.

Per una questione di affinità, il mio personaggio preferito è Cheshire: è il più maturo della combriccola di scappati di casa (da leggere con tono affettuoso), quello che si pone più dilemmi e con cui mi sono sentita più in sintonia (e poi è un mezzo drago, come faccio a non volergli bene?).

Apprezzo molto la sensibilità con cui sono stati trattati alcuni temi "delicati", come il poliamore (perché a noi ♭il triangolo no! non l'avevo consideratooooo♭non piace: a noi piace il "why not both?"), i rapporti familiari più "scomodi", la found family (perché la famiglia non è solo quella che ti cpita, ma soprattutto quella che ti scegli) o ancora l'appartenenza a una o più specie magiche (discorso più che mai attuale, se si toglie la magia e si trasporta il discorso su un piano più concreto), ma per un gusto personale avrei preferito che il romanzo fosse un po' più lungo e in cui gli argomenti venissero trattati con più calma.

Spesso si casca, oltretutto, nell'errore in cui incappano molti esordienti: l'effetto "lista della spesa". L'avevo già detto per un'altra recensione, ma ripetersi non fa mai male (non che io abbia qualcosa da insegnare a uno scrittore, sia chiaro, ho una grandissima stima per chi riesce a mettere in fila le parole per formare un romanzo, per quanto breve). Nelle descrizioni si tende spesso a fare un elenco di azioni fin nel minimo dettaglio: mi sveglio, mi giro, mi alzo, mi lavo, mi vesto, esco, cammino, vado dal punto x al punto y, parlo con Tizio, saluto Caio, eccetera (oltre a qualche svista in alcuni verbi, per esempio l'uso di "sentì", terza persona singolare, al posto di "sentii", prima persona singolare). Però questo rientra in tutte quelle cose che, come dicevo prima, l'esperienza può risolvere.

Questo è un libro che, a modo suo, è molto "confortevole" per un gruppo di adolescenti, esplora le loro emozioni e li trasporta in atmosfere diverse, in modo sorprendentemente simile ai libri che leggevo io quando ero un'adolescente che si credeva "diversa da tutte le altre" per il solo fatto che le piacesse leggere (come se non fosse una competenza di base che si impara in prima elementare). La me di dieci/tredici anni fa l'avrebbe sicuramente apprezzato ancora di più (ragion per cui questo romanzo ottiene il premio cuoricino di Marty -ideato su due piedi in questo momento- che si aggiudicheranno tutti i libri che da adolescente mi sarei divorata con gusto).

sabato 20 giugno 2026

"La ragazza nella torre": Visto? Scrivere young adults non è così difficile!

Finalmente ho l'opportunità di parlare di questo romanzo e voi non avete idea (non. avete. IDEA) di quanto sono contenta di averlo finalmente recuperato.
Sono contenta innanzitutto perché la saga in generale non si basa sul presupposto che i lettori (soprattutto le lettrici più giovani) siano dei totali cretini a cui bisogna parlare in termini semplici, riducendo la trama all'essenziale e i personaggi a un aggettivo solo. Questa è una saga fantasy young adult come non mi capitava di leggerne da un po', che mescola un worldbuilding diverso dal solito (per una volta non ci sono le fatine irlandesi che fanno cose zozze con la povera malcapitata di turno cinque minuti dopo averla conosciuta) a una trama solida che viene ulteriormente approfondita in questo secondo volume. Vasja è una protagonista testarda, che sbaglia credendo di fare la cosa giusta, com'è per la stragrande maggioranza degli adolescenti. Mettetevi la mano sulla coscienza e ditemi che non vi è mai capitato di fare o pensare una cosa che poi si è rivelata essere sbagliata, ma che vi è servita per crescere e diventare persone migliori. E ditemi che non è frustrante quando, invece, avete preso una decisione giusta ma nessuno vi ha dato retta solo perché eravate troppo piccoli o altro, anche se avevate ragione voi.
Ed è frustrante (in senso buono), per il lettore, conoscere la verità ma vedere i personaggi reagire in maniera coerente con il contesto in cui sono immersi.
Il vincitore morale della storia, per quanto mi riguarda, continua a essere Saša, che quando riesce supporta la sorella nelle sue follie suicide e accetta che lei sia diversa da tutti gli altri (una cosa molto Mary Sue da dire, me ne rendo conto, ma in questo volume ha senso, giuro): è un monaco ma è anche un guerriero (una combinazione agghiacciante ma di nuovo coerente con il contesto storico in cui è ambientata la storia), è un uomo di Dio a cui hanno rivelato che ciò in cui crede a livello spirituale non è l'unica realtà esistente, e deve imparare a farci i conti. Un po' più rigida, paradossalmente, è Ol'ga, che vive tutelata nella sua torre insieme ai suoi figli e allo stuolo di cortigiane e di servitori e fa fatica ad accettare qualsiasi cosa non sia tangibile dai sensi.
Nella recensione del primo volume, a un certo punto facevo una riflessione che riporto qui di seguito
:

Ma non si tratta solo di uno scontro Natura-Umanità, è uno scontro della Natura contro se stessa, il bene contro il male, la stabilità contro l'evoluzione che rischia di far collassare un sistema già precario.

Se nel primo libro le macrostrutture potevano essere ridotte a questa polarità, a questo giro le parti si invertono. Sono gli esseri umani a combattere gli uni contro gli altri in una guerra di ideologie in cui vince chi è in grado di urlare più forte le sue superstizioni intortando con le sue bugie melliflue il maggior numero possibile di creduloni.
Questo libro ha un difetto solo: mi ha fatto venir voglia di approfondire l'argomento "folklore russo", e non so come farò a incastrarlo nella marea di cose che ho da fare.
L'unica pecca oggettiva è che la traduzione italiana è drammatica in alcuni punti e appena tollerabile in altri. Ma ormai ho perso le speranze di trovare traduzioni semi decenti (anche se più che altro temo che il problema sia anche dovuto a una scarna correzione di bozze, che ho scoperto essere un lavoro che si vogliono accollare in pochi), quindi mi sa che mi butterò esclusivamente sulla lettura di libri in originale.

martedì 2 giugno 2026

"Tsunami", di Marco Romani

 

Lo ammetto: da questo romanzo non sapevo che cosa aspettarmi.

Le recensioni positive delle persone di cui mi fido abbondavano, quindi sapevo che sarebbe stata una lettura interessante, ma non avevo idea di quale sarebbe stata la trama e dove mi avrebbe condotta.

Il verdetto finale è: sono contenta di averlo letto. Sono contenta perché mi ha immerso in un mondo basato sul nostro ma allo stesso tempo profondamente diverso, con personaggi che si fanno delle domande e hanno dei dubbi, con delle immagini fortissime e delle descrizioni molto belle (vorrei che questo libro diventasse un film animato, ma allo stesso tempo non so se avrei il coraggio di guardarlo, ci sono delle scene che metterebbero a dura prova il mio animo fifone).

Protagonista di questa storia è Ishmael, studente di medicina che, in seguito a un trauma subito durante il suo tirocinio, non riesce più a mettere piede in università (figuriamoci in un ospedale) senza avere un attacco di panico. Va frequentemente dalla psicologa, prende dei sonniferi per provare a dormire meglio, cerca di mantenere dei rapporti umani coi suoi colleghi di studio, ma per il resto si trascina nella vita per inerzia. Tutto cambia quando una sera, uscendo con degli amici, si imbatte in Julie, una pianista che con la sua musica lo trasporta nell'Oltre, facendogli scoprire di essere uno sciamano in grado di entrare in contatto col Mare Celeste (praticamente l'aldilà).

Se le descrizioni della parte più "spirituale", che si basano tanto sulle sensazioni e sulla creazione di immagini vivide, mi sono piaciute tantissimo, secondo me il libro pecca un po' quando si tratta di descrivere le azioni dei personaggi e i loro spostamenti, rischiando più spesso di cascare nell'espediente "lista della spesa". Anche il modo in cui vengono processate certe informazioni (il ptsd, l'episodio dal gioielliere e lo stesso "voltafaccia" di un personaggio prima che si scoprano le sue reali intenzioni sono degli esempi) mi è sembrato un po' troppo frettoloso, ma avendo letto il Wendigo so che l'autore si è già migliorato su questo aspetto, quindi non posso davvero lamentarmi più di tanto.

I veri punti di forza rimangono i personaggi (che hanno una voce loro, spiccano ognuno al momento giusto e sono parecchio realistici) e le atmosfere che partono tutto sommato tranquille e poi sommergono il lettore con l'orrore cosmico e i traumi più pesanti. Alcuni personaggi sono più grigi di altri e risentono profondamente dell'ambiente che li circonda, del posto in cui sono cresciuti e del loro passato; i loro intenti non sono chiari fino alla fine e sta al lettore decidere se è d'accordo con loro o no.

"La mesmerista, terra di sogni e cuori infranti". GRAZIE AL CIELO È FINITA

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