"Stilleven", Antonino Fiore

 

"𝐻𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑑𝑢𝑒 𝑓𝑟𝑎𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖, 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑖 𝑠𝑎𝑟à 𝑚𝑎𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜." [...] "𝑀𝑎 ℎ𝑜 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑡𝑡𝑟𝑜 𝑎𝑚𝑖𝑐𝑖. 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 è 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑝𝑟𝑒𝑐𝑖𝑝𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜, ℎ𝑜 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑙'𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖, 𝑒𝑚𝑜𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖, 𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑒 𝑔𝑖𝑜𝑖𝑎."

Leggere è uno spettro. Ci sono libri che reputo bellissimi (che, a loro volta, si dividono in tante sottocategorie: nessun libro è bello allo stesso modo e nessuna esperienza mi emoziona mai due volte in modo eguale) e quelli che invece ritengo bruttissimi (sempre per un mio gusto personale, per carità non voglio offendere nessuno). Ci sono quelli che mi fanno emozionare (possono essere belli e brutti, non è una discriminante) e ci sono quelli che invece non mi dicono niente (e questo è il torto più grande che un libro può farmi).

Ai due opposti del mio personalissimo spettro di esperienze accumulate leggendo ci sono estremi: da una parte c'è l'euforia che provo una volta finito un libro è piaciuto a tutti meno che a me (se ce la fa questo libro, ad essere apprezzato dalla gente, allora anche io -scribacchina da strapazzo- ho qualche speranza di farcela); dall'altra parte c'è la vergogna di aver mai provato a imbrattare qualche pagina quando mi trovo di fronte a un piccolo capolavoro.

In che categoria rientra Stilleven? Non ve lo dico subito, così dovete leggere tutto per scoprire cosa ne penso di questo romanzo (anche se, capitando qui da Goodreads, potreste aver intuito cosa ne penso).


Facendo qualche ricerca, ho scoperto che la parola Stilleven, che dà il nome al paese in cui è ambientata la storia, esiste davvero: è olandese, significa "natura morta". Le premesse ci sono tutte, devo dire. Il nome Netere invece è più incerto: esiste in olandese (significa "più raffinato") ma non so se la parola è stata usata con quell'accezione o se c'è qualche altra traduzione.

Cosa fareste se, una sera d'estate, mentre siete coi vostri amici a fare delle chiacchiere vane, di quelle che si fanno a tarda sera, quando il sole è tramontato da un po', le stelle sparissero di colpo, tutte insieme, nel momento in cui scacciate una zanzara molesta? Questo romanzo prova a dare una risposta a questa domanda.

La trama segue le vicende di Prank, Nihil, Neet e Ciocci, un gruppo di amici che si ritrova a dover salvare il mondo da un gruppo di entità che, da Nulla, vogliono farsi Materia. La simpatica mascotte del gruppo è Naurava, un piccolo pezzetto di Nulla che vuole ritrovare suo fratello e l'altro compagno con cui è arrivato sulla Terra. Naurava è una Risata Infinita; è il concetto stesso di risata e si lega a Neet perché, a suo dire, sono "simili": grazie alla loro simbiosi, Naurava vuole aiutare i quattro amici a salvare la loro realtà e in cambio chiede soltanto di ritrovare i suoi compagni. Il problema? Il fratello di Naurava è intrappolato in una torre impenetrabile, la torre Backgammon, la sede di una setta. Il fondatore di questa setta, Gammon (al secolo Arthur Lachlan) è praticamente un fantasma, nessuno lo vede più da anni, più precisamente da quando il papà di Prank è sparito, e per gli abitanti di Stilleven che non aderiscono al suo culto pronunciare il suo nome è praticamente una bestemmia.

Facciamo meglio la conoscenza dei nostri protagonisti. Prank e Nihil sono l'intelligenza emotiva del gruppo, leggono tantissimo e sanno cose a pacchi, sono quel tipo di persone che saltano su in un momento di silenzio e ti sbrodolano addosso ogni informazione che passa per la loro testa e che magari a te manco interessava, ma lo fanno in modo così coinvolgente che ti ritrovi ad ascoltarli con trasporto sperando che non smettano mai di raccontarti storie. Prank in particolare è il leader del gruppo, sa sempre cosa fare e quando farlo, mentre Nihil, l'unica ragazza, è la cantastorie, è empatica, vive un po' nel suo mondo ma vuole bene ai suoi amici più di quanto ne vuole alla sua famiglia (che fa parte della setta di cui accennavo prima): anche se finisse il mondo lei sarebbe contenta, perché passerebbe i suoi ultimi momenti accanto ai suoi amici più cari, alla gente che ha scelto di stare accanto a lei e accanto a cui lei si sente bene.

Neet è l'intelligenza più pratica del gruppo: gli piace pescare, cacciare, sa come muoversi nel loro piccolo mondo perfetto, senza capitalismo e in cui i contatti con l'esterno sono ridotti ai minimi termini. Per questo Naurava decide di legarsi a lui, perché in fondo sono simili, loro due. Ma, allo stesso tempo, sono agli opposti. Uno è risata perpetua, è nella sua natura e, anche nei momenti di maggior tensione, non può fare altrimenti che ridere; l'altro è un adolescente che deve ancora capire come funzionano bene le sue emozioni. Vuole bene ai suoi amici, anche se a volte litiga con Prank per decidere chi debba guidare il pubblico e spesso gli escano battute infelici, dette in buona fede per risollevare il morale di Nihil e Ciocci, ma non sempre dette col tono e al momento opportuni. È a Neet che è affidata la guida del gruppo nel momento in cui si trovano al di fuori della città: lui conosce la natura come nessun altro, anche grazie al tempo che ha speso con lo zio Nikolai. E mette una tristezza infinita scoprire il motivo per cui si è auto-attribuito il soprannome con cui noi lettori lo conosciamo (Neet è un acronimo che letteralmente significa "né-né" e può essere tradotto come "buono a nulla").

E dulcis in fundo c'è Ciocci, il piccolo, tenero, dolce, empatico Ciocci. Lui è il collante del gruppo, la persona più empatica di tutti. Rassicura gli amici con la sua sola presenza, e nonostante sia un fifone che alla prima occasione buona si rifugia tra le braccia di Prank o di Neet, non li abbandona mai. Certo, a volte capita che suggerisca di andarsene, ma non va mai contro le decisioni del gruppo: se la maggioranza decide di proseguire, lui prosegue col coraggio di un leone, nascosto nel suo piccolo corpicino in sovrappeso. Lui, il più piccolo del gruppo, è anche il più determinato affinché tutti vadano d'accordo e la missione si svolga nel modo più scorrevole possibile. E la cosa più tenera è che lui percepisce i suoi amici come più coraggiosi di lui perché sono i primi a mettersi in gioco quando affrontano una situazione molto difficile, ma non si rende conto fino a un certo punto che lui è tanto coraggioso quanto loro perché è lì con loro nonostante tutto, nonostante sia un bambino (non che Nihil, Prank e Neet siano degli adulti, anzi, tutto il contrario, ma hanno quell'età in cui qualsiasi sfida stuzzzica la loro attenzione e hanno coraggio da vendere). Ed è l'unico tra i suoi amici ad avere un soprannome normale, una storpiatura infantile del suo vero nome, Francisco. Anche se non vive con delle figure genitoriali nel senso biologico del termine (suo papà è morto che lui era poco più che neonato mentre sua mamma si è unita alla setta di Gammon) ha un nonno che gli vuole bene, una sorella con cui va d'accordo e una serie di parenti (condividono lo stesso cognome ma può essere, da quello che ho capito, che non condividano la stessa genetica) che vivono sotto il suo stesso tetto, quindi si può dire che è quello tra tutti che sta affrontando l'infanzia nel modo più sereno possibile (Prank, il cui soprannome significa "scherzo" è cresciuto senza un padre, Nihil -"nulla" in latino- non ha genitori -si sono entrambi uniti a Gammon- e Neet, nonostante abbia un nonno e uno zio che gli vogliono bene e che ama, viene ritenuto da quest'ultimo uno che non combinerà mai niente nella sua vita).

Stilleven è un romanzo di formazione un po' fuori dagli schemi, in cui i quattro piccoli protagonisti, salvando il loro mondo, tornano ad appropriarsi del loro nome che gli adulti, non prendendoli sul serio, li avevano "costretti" ad abbandonare, convincendoli che fossero di poco conto, scherzi o buoni a nulla. È un romanzo in cui la speranza è condita con il solito retrogusto amarognolo che accompagna ogni vicenda umana, in cui tocca ai bambini rimediare ai disastri delle generazioni precedenti, instaurando legami profondissimi, che vanno oltre quelli del sangue e per diventare davvero adulti e superare le proprie paure bisogna lasciare da parte qualcosa, qualcosa che ci caratterizzava e ci dava conforto, ma che è il pegno da pagare per aver compiuto per questo importantissimo tratto di strada.

Come dicevo, il finale è amaro, come lo è la vita adulta nella nostra quotidianità: spesso ci si perde di vista e non ci si frequenta più con la stessa assiduità di un tempo, ma sono le piccole cose (spesso invisibili ma lasciano comunque un segno) che fanno percepire la vicinanza con gli amici, nonostante le barriere fisiche.

Ora sediamoci uno di fronte all'altro: io e te che stai leggendo quest'articolo. Guardami dritto negli occhi e dimmi, con delle premesse del genere, questo libro poteva non piacermi? Con dei personaggi così complessi eppure così semplici, come avremmo potuto essere io e te a quindici anni, potevo non emozionarmi? In un mondo governato dai tropes e dalle vibes (termini che io disprezzo con ogni fibra del mio corpicino carburato a rancore), trovare un libro con (finalmente!) un po' di sostanza poteva lasciarmi indifferente? Se io e te ci conosciamo almeno un po', allora sai già le risposte a queste domande. Se invece non ci conosciamo e questo è il mio primo articolo che leggi, spero comunque che tu possa intuire quanto questo libro mi sia piaciuto, la ventata d'aria fresca che ha rappresentato in questo anno di letture (e in generale nella mia esperienza di lettrice).

A me non rimane altro da dire; a te resta un'unica cosa da fare: correre a comprare questo libro, leggerlo e goderti il viaggio. E io un po' ti invidio, perché avrai l'occasione di leggerlo per la prima volta e di lasciarti sorprendere da questo piccolo capolavoro.

"𝘏𝘰 𝘪𝘮𝘱𝘢𝘳𝘢𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘢 𝘣𝘦𝘯𝘦 𝘥𝘪𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘥𝘪 𝘴𝘣𝘢𝘨𝘭𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰, 𝘦 𝘷𝘢 𝘣𝘦𝘯𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘴𝘪𝘭𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰. 𝘌 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘪 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰𝘯𝘰 𝘣𝘦𝘯𝘦, 𝘦 𝘢 𝘤𝘶𝘪 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘣𝘦𝘯𝘦, 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘪 𝘥𝘦𝘷𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 - 𝘧𝘪𝘯𝘤𝘩é 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘦 𝘯𝘦 𝘢𝘱𝘱𝘳𝘰𝘧𝘪𝘵𝘵𝘢𝘯𝘰."

"Hollow fell" di Sara Holst

 

Miei adorati, buongiorno, benvenuti in una nuova recensione. Prima di cominciare, mi sembra giusto mettere un avviso alla sensibilità dei lettori perché nel libro non c'è, quindi mi sembra giusto avvertire: si parla di violenza sugli animali. Io per prima ho un nervo scoperto quando si parla di queste cose, quindi mi sembra giusto parlarne.

Una casa infestata, una famiglia coinvolta in strani rituali e una maledizione che affligge un gruppo di personaggi sventurati. Cos'avrei potuto chiedere di più dalla vita?

È il 1890. Siamo a York. Daniel Lennox è promesso sposo di Lily Hamilton. Un matrimonio combinato, perché alla famiglia Lennox servono soldi e a Lily serve ripulire la sua reputazione. Non si sa da cosa, ma la gente mormora che sia stramba e, all'epoca, ci vuole molto poco per essere considerata una strega ed essere emarginata dalla società. Prima che si possa ufficializzare il fidanzamento, però, Lily scompare e viene ritrovata a vagare nei boschi due giorni dopo, piena di graffi, sangue ed ematomi. È Tristan, l'amico di sempre, a raccontare queste cose a Daniel in un incontro molto fortuito, dal momento che nessuno sembra volergli fornire notizie sulla sua fidanzata.

Per salvare la faccia e valutare se concretizzare il fidanzamento oppure no, il padre di Daniel dà una festa di lì a poco per celebrare la guarigione di Lily, e ovviamente la situazione va a sfacelo. La sorella di Daniel ha delle brutte sensazioni sulla promessa sposa del fratello e Tristan sembra essere l'unica persona ad avere le risposte che cerca. Proprio quando sembra per riceverle, Daniel crolla a terra in preda alle convulsioni e un lampadario cade.

Stacco: Tristan si trova in una stanza d'ospedale. Ha le mani ferite, fatica ad alzarsi (come sia rimasto ferito, perché si trovi in una stanza d'ospedale stanco e debilitato -lui era abbastanza lontano dal lampadario caduto- sono dubbi di cui parleremo più tardi, adesso non ci competono) ma quando si alza viene fermato dal padre di Lily, un medico: il signor Hamilton gli preme un panno impregnato di cloroformio sulla faccia e quando Tristan si risveglia è in una staza che non conosce. Sente delle voci che parlano di Lily e di lui, di Daniel, della sorella di Daniel e di un'altra ragazza. Parlano di sacrifici, di segreti da mantenere. Man mano che la vista si fa più nitida, Tristan riconosce un cadavere steso a terra, un cadavere mezzo putrefatto, ridotto talmente male che non si riesce a capire a chi appartenga quel corpo: Lily entra nella stanza e beve il sangue dal cadavere. Tristan sviene di nuovo.

Quando si risveglia, si trova in una biblioteca, con Lily: Daniel, sua sorella e l'altra ragazza sono sempre svenuti. Ora che sono soli, Tristan confronta la sua migliore amica, che sembra non voler sentire ragioni, e l'accusa di non voler più la sua felicità come una volta e di non sapere contro cosa si sta mettendo. È sul punto di compiere un gesto indicibile ma viene trattenuta dal padre con la promessa che pagheranno le loro azioni (chi? Gli altri sono svenuti; è solo Tristan ad aver assistito al cerimoniale macabro. Perché devono pagare? Cosa devono pagare? Il voler vivere? Scusi tanto, signor demone, se ci tengo alla mia pellaccia… dopo. Le opinioni dopo, giuro) che sarà il destino a fare il suo corso, lei li maledice tutti e tante care cose.

Qualche mese dopo il padre di Daniel e quello di Tristan si ritrovano a parlottare e a fare gli impiccetti: i ragazzi origliano e scoprono che i genitori sono coinvolti col rituale a cui Tristan ha involontariamente assistito. Lily è lì con loro, pratica un rituale per mettersi in contatto con un certo signor M. e prima che Tristan possa scoprire di più, vede il signor Hamilton, il padre di Lily. Presumibilmente anche lui vede Tristan. Il signor M si rivela essere una creatura fatta d'ombra con due occhi gialli e brillanti, che ha anche la facoltà di parlare, con cui Lily è in contatto tramite sedute spiritiche strane.

Più il romanzo va avanti, più vengono a galla segreti e perversioni che Lily, esperimento riuscito di un rituale di necromanzia, deve nascondere (non riuscendoci proprio benissimo, ma questo è un altro discorso). Si comprendono fegatelli sul passato della famiglia della ragazza che erano un po' il segreto di Pulcinella e che non riporto perché alla trama servono fino a un certo punto.

A questo punto mi viene il sospetto che il 1890 sia stato un anno lunghissimo perché in quei 12 mesi si aggiunge anche la morte del nonno di Tristan, un personaggio che non compare fino all'alba di pagina 163 e la sua unica utilità è quella di far venire al ragazzo delle fantasie cannibali. E a questo riassunto manca ancora mezza trama, quella ambientata nel 1900, ma tra un attimo ci arriviamo. Voglio mantenere la narrazione il più lineare possibile. Le ossessioni di Tristan, sviluppate possibilmente dopo ciò a cui ha  assistito con Lily, lo portano a uccidere Stanley, il proprio cane, in una maniera molto grafica che non riporto per rispettare chi è più sensibile sull'argomento (e fidatevi, ci sono dei dettagli che voi non volete leggere). La situazione degenera a tal punto che il padre di Tristan ammazza la moglie davanti agli occhi del figlio (che a questo punto della storia dovrebbe avere vent'anni o giù di lì) e lo obbliga a seppellire i corpi della donna e del cane e a mantenere il segreto. I due si recano subito al cimitero, ma c'è un problema: la madre di Tristan respira ancora. Questa cosa viene dismessa con una scrollata di spalle, almeno per il momento, e Tristan continua con la sua vita in maniera più o meno tranquilla, ma inizia a parlare di un romanzo in cui ha inserito tutto ciò che gli è successo.

Scopriamo che lui e Julie si "frequentavano" (ovvero andavano segretamente a letto insieme), e lui le parlava del suo romanzo, e scopriamo che finora abbiamo letto i vaneggiamenti di un pazzo psicopatico che ha scritto una fan fiction self-insertion su di sé e sui suoi amichetti. O almeno, io l'ho capita così, sono aperta alle smentite.

Facciamo un salto al 1900. Tristan, che di cognome Lancaster, ha comprato Hollow Fell, la casa vittoriana appartenuta alla famiglia di Lily, e invita alla festa di inaugurazione Daniel, Maryanne (la moglie di Daniel, nonché l'altra ragazza coinvolta nell'incidente col lampadario) e Julie, la sorella di Daniel. L'atmosfera è opprimente, il fantasma dei traumi passati pende sulle teste dei quattro ex amici anche a dieci anni di distanza e la festa non è tutto sto granché. L'umore è a terra ed è destinato a peggiorare quando Maryanne, una volta tornata all'ostello dove pernotta insieme al marito, muore nella notte col collo spezzato.

Daniel viene arrestato per il suo omicidio in quanto era presente al momento della morte e poco dopo Tristan viene internato all'ospedale psichiatrico con l'accusa di aver ucciso Julie, la sorella di Daniel (ma non si ricorda nulla e le prove sono tutte circostanziali quindi non possono metterlo in carcere... mi viene quindi il dubbio: perché internarlo se non hai prove se non una lettera trovata sia sulla vittima che a casa di Tristan? Ma poi ci arriviamo). L'incaricato delle indagini sulla morte di Maryanne e Julie è Horace Elmstone, che viene coinvolto personalmente dagli avvenimenti in seguito alla scomparsa di sua figlia Violet: la piccola è spesso taciturna e scrive molto, circostanza dovuta principalmente all'assenza di una figura materna (sua madre è morta quando lei era ancora in fasce, non prima di aver tentato di annegarla nella vasca da bagno). Quando ritorna, parla al padre di un non luogo (viene sempre scritto in corsivo, quindi chi sono io per non fare altrettanto?), lo stesso posto di cui gli ha parlato Tristan durante uno degli interrogatori.

Nelle ultime pagine le mie emozioni si alternano velocemente. La prima è la confusione: gli sprazzi ambientati negli anni '90 sono parti del romanzo di Tristan che, pazzo malato da internare, ha scritto davvero una self-insertion per giustificare l'omicidio di Lily? Se è così, perché ci ha messo dieci anni per farla fuori? Lily esiste davvero o è solo un flash di Tristan? Perché Daniel gli regge il gioco se si odiano? Perché tutti accettano l'invito di Tristan all'inaugurazione di Hollow Fell se sono passati dieci anni da quella scia di violenza che li ha visti tutti coinvolti? Perché Violet e il tipo che gestisce l'albergo parlano di ombre, cadaveri che respirano e non luoghi se sono tutti flash mentali di Tristan che è un omicida seriale pazzo? Finita la confusione, rimane solo un senso di spiazzamento: perché questo libro viene spacciato per gotico se di gotico non ha niente? Il mistero dovrebbe avere una spiegazione logica (e ci metto il condizionale perché, come ho detto, il finale mi ha confusa non poco), quindi di gotico non ci sarebbe assolutamente niente...

Quindi direi che come riassunto della trama questo è più che sufficiente e quindi immagino che voi, miei giovani lettori, vi stiate facendo alcune domande: perché l'hai messo? Sì, ma cosa ne pensi del libro? La recensione vera quando comincia?

Eccovi accontentati dunque (anche se ho lasciato la mia opinione trasparire più volte all'interno del riassunto che ho messo), e per cominciare la recensione vera e propria riprendo la domanda iniziale: una casa infestata, una famiglia coinvolta in strani rituali e una maledizione che affligge un gruppo di personaggi sventurati. Cos'avrei potuto chiedere di più dalla vita?

Dalla vita avrei voluto avere il romanzo gotico che mi era stato promesso. Avrei voluto avere un romanzo con un senso (non un romanzo in cui il senso fosse manifesto, per carità, però almeno un libro in cui le premesse fossero talmente solide e realistiche che ogni congettura sarebbe stata benvenuta). Avrei preferito avere un romanzo in cui lo stile non fosse così tanto confuso, in cui ho dovuto rileggere frasi anche tre o quattro volte per provare a capirne il senso, spesso non riuscendoci, in cui la punteggiatura e il lessico sono spesso usati in maniera fantasiosa (spesso generando veri e propri controsensi, calchi dall'inglese, annessi e connessi). Non ho apprezzato particolarmente la continua alternanza tra i capitoli ambientati nel 1890 e quelli ambientati nel 1900, soprattutto alla luce del finale che per me non ha senso. I flashback di solito non sono la mia tazza di tè (per mantenere una traduzione brutta dall'inglese), ma se sono gestiti bene posso tollerarli. Qui invece li ho trovati un riempitivo per allungare il brodo e tenere alta l'attenzione per poi precipitare nel nulla senza protezioni.

Quindi, per chi di voi se lo stesse chiedendo, il riassunto che ho messo all'inizio serve proprio a questo: se voi avete letto il libro, aiutatemi a capire; se non l'avete letto, spero di avervi incuriositi abbastanza da farvelo acquistare, leggere e apprezzare abbastanza da tornare qui per rispondere alle mie domande e aiutarmi a comprendere meglio quel finale.

Di conseguenza, trovo lievemente sbagliata la promozione che viene fatta a questo romanzo: dal momento in cui l'elemento soprannaturale che tormenta i protagonisti non solo si rivela non essere affatto soprannaturale (avrebbe potuto essere un ottimo espediente alla Jane Eyre, ma non rende in modo abbastanza efficace, a mio avviso) ma nemmeno esiste (!), può essere messo in commercio e spacciato come romanzo gotico? Forse sarebbe stato un romanzo thriller o horror psicologico se la narrazione fosse stata gestita in maniera più "lineare", ma in questo modo mi ha lasciata molto perplessa e anche delusa.

La recensione finisce qui, come sempre sono aperta a confronti e smentite (sempre però con gentilezza, vi prego).

"Il deserto dei tartari" e le mazzate morali

 

Avvertenza importantissima che mi pare doverosa: dovrò fare spoiler, al fine di portare una recensione il più completa possibile, leggete a vostro rischio e pericolo. Grazie.

Questo libro lo puntavo da tanto, già da quando ero adolescente. Eppure, se l'avessi letto da adolescente, questo libro non l'avrei capito.

Non che adesso sia tutta questa cima di donna con un trascorso infinito di esperienze alle spalle e un bagaglio culturale immenso.

Però qualcosa, nella mia miserabile esistenza, l'ho imparato (lo sto imparando): la vita è inclemente, e aspettare (sperare) che le cose cambino senza fare niente per cambiarle, aspettando un nemico immaginario (o forse no?) in grado di stravolgere le vite di chi non sa che fare della propria esistenza non è il modo migliore per condurla.

Il deserto dei Tartari parla della vita in una fortezza, in cui si vive nella speranza che i Tartari arrivino e scatenino una battaglia, rendendo di fatto utile l'esistenza della fortezza e la presenza dei soldati al suo interno.

Il protagonista è appena stato promosso a tenente, ma non vuole restare alla Fortezza a cui è stato assegnato: appena vi pone piede si informa su cosa deve fare per andarsene. Il superiore con cui parla riesce a convincerlo a restare quattro mesi, ma alla prima visita medica può anche andarsene, beninteso *wink wink*.

Prima passano i quattro mesi, poi un paio d'anni, e alla prima licenza, Giovanni (questo è il nome del protagonista) torna a far visita al suo paese. Sua madre è invecchiata, il suo sonno s'è fatto pesante e non si rende nemmeno conto che suo figlio è tornato a casa tardi da una festa. La sorella del suo migliore amico, con la quale sperava di sposarsi, è diventata praticamente un'estranea e le conversazioni con lei languono dopo uno scambio di convenevoli. Anche con gli amici di una vita non si riesce a intavolare un dialogo spensierato come prima. A Giovanni non è rimasto niente da fare nel paese, l'unico conforto è nella Fortezza.

E così gli anni diventano sempre di più fino ad arrivare a trenta, trenta lunghi anni in cui Giovanni non fa che aspettare che i Tartari arrivino, e ogni volta che sembrano sul punto di arrivare si rivela essere un falso allarme. E l'attesa si protrae.

Poi arriva la malattia, e quando i Tartari sembrano finalmente arrivati, Giovanni è costretto a lasciare la Fortezza per andare a curarsi in città. In città però non ci arriva mai: morirà in una locanda a metà strada, affrontando la Morte come un nemico in battaglia, con lo stesso coraggio di un soldato, forse pure di più.

"Il deserto dei Tartari" è un romanzo che ci prende per mano e ci trascina nelle lande desolate della vita umana, racconta l'esistenza umana ai malcapitati lettori che si fermano a farsela raccontare.

E volenti o nolenti ci ritroviamo a riflettere sulla nostra vita.

"La mesmerista, terra di sogni e cuori infranti". GRAZIE AL CIELO È FINITA

 

Miei adorati, sedetevi comodi. Prendetevi un bicchiere d'acqua o un'altra bevanda fresca, uno stuzzichino a scelta e imbarcatevi con me in questa avventura, perché sono incazzata come una biscia con questo libro.

Chiariamoci, non sono mai stata una grande fan di questa saga in generale, ma almeno i primi due libri mi avevano intrattenuta. Erano mediocri, certo, ma quantomeno non mi avevano fatto venire voglia di cavarmi gli occhi.

Ma "terra di sogni e cuori infranti" sfodera il peggio del suo repertorio, tra personaggi tossici, svolte romantiche unilaterali tra personaggi che non si erano mai sopportati per due volumi interi e il disperato tentativo di dare una giustificazione a quello che per i primi due romanzi è stato lo stronzo per farlo passare per il buono della situazione.

Comincio questa recensione che non sono arrivata nemmeno a metà libro (in memoria dei bei vecchi tempi) per non perdere nemmeno un'unghia del rancore che mi sta circolando in corpo in questo momento.

In questo (per fortuna) ultimo romanzo, ritroviamo il nostro trio dell'Ave Maria in fuga dopo il finale confuso del volume precedente. E, invece di cercare di andare d'amore e d'accordo (cosa difficile, okay, però siccome ci sono in gioco le vostre vite magari non è il caso di fare troppo i pignoli dato che siete costretti a viaggiare insieme), decidono di guardarsi storto e chiamarsi con appellativi degni del miglior anime adattato dal vate Gualtiero Cannarsi (il farabutto, il criminale e quant'altro).

Incontriamo anche la famiglia di Lena, o per lo meno ciò che ne rimane. Dopo la deportazione per mesmerismo a cui Lena è sopravvissuta per culo che abbiamo già visto nel primo volume, sono rimaste solo mamma e sorella. Sorella che è la tipica sorella minore: incazzata col mondo, tosta, fuma e si è unita ai ribelli per dimostrare che poteva cavarsela anche senza la sorella. La sua utilità è più o meno nulla, quindi non mi concentrerò nemmeno più di tanto su di lei, né sulla nonna che sembrerebbe essere morta ma in realtà non lo è (spoiler? Forse, ma se state leggendo questa recensione forse degli spoiler vi interessa fino a un certo punto).

Il piccolo e, a quanto pare, trascurabile problema è che il contesto storico è più sottile di una carta velina e minaccia di sfaldarsi al minimo soffio di vento.

Inutile mentirci, il punto della trama è la storia d'amore tra Lena e quel parassita di Bastiano: i due, nonostante non abbiano un'unghia di chimica insieme, riescono a portare avanti una storia d'amore strascicata per tre lunghissimi romanzi fino a coronarla col matrimonio (proposto da lei perché lei è diversah, lei è specialeh, lei è bravissima altissima purissima e levissima).

C'è da dire, per dovere di cronaca, che non so chi tra i tre personaggi sia peggio: se nel primo volume salvavo Lena per il rotto della cuffia (salvo poi finire per odiarla totalmente nel finale) e nel secondo non mi dispiaceva la piega che stavano prendendo gli eventi con Doria, a sto giro sono tutti disastrosi. Bastiano è sempre l'inutilità fatta a personaggio, può essere descritto con mezzo aggettivo stiracchiato e la sua unica funzione litigare con Lena (perché altrimenti il romanzo durava due pagine e un quarto, forse), Lena è insopportabile e tossica (litiga con Bastiano perché per mezza volta lui ha osato contraddirla e "schierarsi" dalla parte di Doria perché il suo piano era più sensato) e Doria sbava palesemente dietro a Lena uscendo dal personaggio che per due volumi il lettore ha imparato a conoscere.

Forse è colpa mia che ho voluto impelagarmi in questa avventura infinita che poteva essere raccontata in un volume solo senza tutti quegli aggettivi inutili con cui le frasi sono infarcite (sul serio, lo show don't tell non va usato sempre. A volte solo il "tell" va bene. Abbiate pietà di me, asciugate un po' quelle frasi), ma sono contenta che sia finita, anche se non come speravo (fosse stato per me, sarebbero tutti schiattati male, ora ho voglia di scriverci una fan fiction su).

Fuori programma: "Supergirl"; uffa che barba uffa che noia

 

"Superman", uscito l'anno scorso, mi aveva fomentata come non mi succedeva da anni con un cinecomic. C'era tutto: un cast stellare, scene d'azione top, una trama solida con tanto di critica sociale. Mi stava abbastanza su che avessero deciso di sostituire Henry Cavill col suo sosia pacioccone (nel senso che è tenerello e ingenuo e col faccino pulitino), però era una cosa abbastanza tollerabile.

"Supergirl" mi ha ricordato invece perché mi ero allontanata dai cinecomic. Il cast rimane comunque ottimo (Milly Alcock è stata la mia parte preferita del film), ma la trama è caciarona, debole, manca di mordente. Tutto potrebbe finire in mezz'ora, invece si protrae per 108 lunghissimi minuti, in cui seguiamo le protagoniste in uno dei viaggi più banali della storia, in cui i conflitti si risolvono in uno schiocco di dita e le difficoltà non hanno seguito perché altrimenti il film non va avanti, il tutto condito con un villain che è la cosa più insopportabile dell'universo. Io di solito parteggio per i cattivi, ma questo era fastidiosissimo, tanto inutile che non mi ricordo nemmeno come si chiama. Però è pazzo in culo quindi forse speravano che la gente stesse dalal sua parte, non lo so.

Questo film è praticamente un tacchino: c'è dentro di tutto, a partire da un pretesto di trama stupido ai limiti del ridicolo, ovvero il canetto che viene avvelenato. La cosa ci preoccupa minimamente? No, sappiamo che per il potere del bucho de culo il canetto starà bene entro fine film, ma ci serviva un motivo per far scendere in campo la supereroina, che altrimenti sarebbe troppo impegnata a sbronzarsi in occasione del suo ventitreesimo compleanno per occuparsi di quisquilie come il traffico di esseri umani o lo sterminio di gente innocente che ha come unica colpa l'aver osato dire di no al cattivo. Perché lei non è come suo cugino, lui è buono, lui è bello, lui è bravo, lui è un patatone, mentre lei è tosta, lei ha sofferto, lei ha visto i suoi genitori morire e bla bla bla.


Il canetto è in qualche effettiva difficoltà? Ovviamente no, perché lo spazio-tempo non esiste e i tre giorni che vengono dati a Kara per trovare l'antidoto al veleno che gli è stato iniettato sembrano invece dilatarsi per una settimana, che la protagonista passa a scorrazzare per l'intero universo facendo a botte con chiunque e prendendone tantissime, tirandosi dietro una pisquana che non serve a nient'altro se non a rallentarla e a non farle finire la missione in un minuto (anche perché nello scontro finale Kara ha almeno tre -TREH- occasioni per prendere l'antidoto ma comunque non lo fa per qualche strano motivo).

Qualcuno poi deve spiegarmi qual è l'esatta utilità di Lobo, oltre a sembrare un Hagrid metallaro e a fare casino. Compare per quanto, cinque minuti? E non fa assolutamente niente nonostante sia alto tre metri e largo quanto un armadio a due ante (e quindi pure lui potrebbe risolvere la questione in un minuto netto, ma non lo fa perché se no veniva fuori un cortometraggio).

Dirò una cosa cattiva, ma questo film ha fatto molto peggio di essere brutto: se fosse stato brutto ci avrei riso su e avrei scritto un trattato breve sulla bruttezza e sulla sua importanza. Questo film è inutile, e per un prodotto artistico l'inutilità è il difetto peggiore che possa avere.

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