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martedì 2 giugno 2026

"Tsunami", di Marco Romani

 

Lo ammetto: da questo romanzo non sapevo che cosa aspettarmi.

Le recensioni positive delle persone di cui mi fido abbondavano, quindi sapevo che sarebbe stata una lettura interessante, ma non avevo idea di quale sarebbe stata la trama e dove mi avrebbe condotta.

Il verdetto finale è: sono contenta di averlo letto. Sono contenta perché mi ha immerso in un mondo basato sul nostro ma allo stesso tempo profondamente diverso, con personaggi che si fanno delle domande e hanno dei dubbi, con delle immagini fortissime e delle descrizioni molto belle (vorrei che questo libro diventasse un film animato, ma allo stesso tempo non so se avrei il coraggio di guardarlo, ci sono delle scene che metterebbero a dura prova il mio animo fifone).

Protagonista di questa storia è Ishmael, studente di medicina che, in seguito a un trauma subito durante il suo tirocinio, non riesce più a mettere piede in università (figuriamoci in un ospedale) senza avere un attacco di panico. Va frequentemente dalla psicologa, prende dei sonniferi per provare a dormire meglio, cerca di mantenere dei rapporti umani coi suoi colleghi di studio, ma per il resto si trascina nella vita per inerzia. Tutto cambia quando una sera, uscendo con degli amici, si imbatte in Julie, una pianista che con la sua musica lo trasporta nell'Oltre, facendogli scoprire di essere uno sciamano in grado di entrare in contatto col Mare Celeste (praticamente l'aldilà).

Se le descrizioni della parte più "spirituale", che si basano tanto sulle sensazioni e sulla creazione di immagini vivide, mi sono piaciute tantissimo, secondo me il libro pecca un po' quando si tratta di descrivere le azioni dei personaggi e i loro spostamenti, rischiando più spesso di cascare nell'espediente "lista della spesa". Anche il modo in cui vengono processate certe informazioni (il ptsd, l'episodio dal gioielliere e lo stesso "voltafaccia" di un personaggio prima che si scoprano le sue reali intenzioni sono degli esempi) mi è sembrato un po' troppo frettoloso, ma avendo letto il Wendigo so che l'autore si è già migliorato su questo aspetto, quindi non posso davvero lamentarmi più di tanto.

I veri punti di forza rimangono i personaggi (che hanno una voce loro, spiccano ognuno al momento giusto e sono parecchio realistici) e le atmosfere che partono tutto sommato tranquille e poi sommergono il lettore con l'orrore cosmico e i traumi più pesanti. Alcuni personaggi sono più grigi di altri e risentono profondamente dell'ambiente che li circonda, del posto in cui sono cresciuti e del loro passato; i loro intenti non sono chiari fino alla fine e sta al lettore decidere se è d'accordo con loro o no.

venerdì 1 maggio 2026

"Ingranaggi umani", essere mediocri va bene

 

Leggere mi piace tantissimo.

Mi piace tantissimo leggere alcuni libri perché sono una bella distrazione dal mondo reale, perché mi hanno permesso di conoscere un sacco di persone splendide da ogni parte d'Italia che credo e spero di poter chiamare amiche, perché mi forniscono un bello svago dal flusso di notizie negative che ci circondano in questo periodo.

Altri libri mi piacciono invece perché mi mettono di fronte a uno specchio e mi dicono "questa sei tu, questi sono i tuoi difetti. Non sei un essere umano perfetto, e va bene così".

E questo rientra in questa categoria. I libri introspettivi mi piacciono da morire proprio per questo motivo: mi rimettono in contatto con la realtà e mi fanno capire che spesso le vicende umane sono molto meno complicate di quanto immaginiamo. Che viviamo tutti una grande vita mediocre e che va bene così. Che, per citare un saggio contemporaneo, siamo dei fili d'erba in un prato e non portiamo il peso del mondo sulle spalle.

"Ingranaggi umani" segue le vicende di quattro personaggi. Non sappiamo il loro nome e di dialoghi praticamente non ce ne sono, viviamo accanto ai quattro protagonisti giusto il tempo di tre o quattro capitoli ciascuno, vediamo stralci delle loro vite monotone, capiamo quali sono gli impulsi che li guidano all'interno delle loro esistenze miserabili, sempre uguali e mai entusiasmanti. Sono intrappolati in un lavoro che non amano, circondati da persone che non apprezzano perché si credono migliori di loro, non realizzando che sono esattamente uguali a loro. Due di loro vogliono ambire al posto del capo, non realizzando che il capo sta mantenendo una facciata di gentilezza davanti ai loro patetici tentativi di impressionarlo, e soprattutto non rendendosi conto della fragilità di quest'uomo e di quale sia il suo reale intento (non dico altro perché è spoiler e voglio lasciarvi la sorpresa finale). Il quarto (che in ordine di apparizione è in realtà il primo) è un uomo normale, che vive una vita normale e si trascina nell'esistenza terrena solo per inerzia. E, a differenza degli altri quattro, ne è estremamente consapevole. A un certo punto decide che vuole morire, solo per togliersi lo sfizio di capire cosa c'è dopo la morte. Non ha un vero motivo per morire, ma non ha nemmeno un vero motivo per vivere, intrappolato in un matrimonio con una donna che non ha mai amato, facendo un lavoro che non gli piace, senza nessuno da impressionare, senza una passione particolare che lo spinge ad andare avanti.

Se posso avanzare una """"""""""""""""""critica"""""""""""""""""" avrei preferito che le storie fossero scritte in prima persona, avrebbe aggiunto una sfumatura più intima alla narrazione, e avrebbe approfondito ancora di più i pensieri dei protagonisti. Ma lo stile regge bene lo stesso, quindi non posso lamentarmi.

Non a tutti piacciono i romanzi introspettivi, ma a me fanno impazzire perché mi obbligano a fare la cosa che mi piace di più al mondo: rimuginare sulla vita, sulla morte, sul nostro posto nell'universo e su come spesso siamo insoddisfatti della nostra esistenza breve e imperfetta, pensando che gli altri abbiano una vita migliore della nostra e non rendendoci conto che in realtà viviamo tutti sulla stessa barca. Una barca piena di buchi che forse sta affondando, ma ci siamo tutti insieme. Se questo sia un bene o un male, non lo so dire.

"Tsunami", di Marco Romani

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