venerdì 1 maggio 2026

"Ingranaggi umani", essere mediocri va bene

 

Leggere mi piace tantissimo.

Mi piace tantissimo leggere alcuni libri perché sono una bella distrazione dal mondo reale, perché mi hanno permesso di conoscere un sacco di persone splendide da ogni parte d'Italia che credo e spero di poter chiamare amiche, perché mi forniscono un bello svago dal flusso di notizie negative che ci circondano in questo periodo.

Altri libri mi piacciono invece perché mi mettono di fronte a uno specchio e mi dicono "questa sei tu, questi sono i tuoi difetti. Non sei un essere umano perfetto, e va bene così".

E questo rientra in questa categoria. I libri introspettivi mi piacciono da morire proprio per questo motivo: mi rimettono in contatto con la realtà e mi fanno capire che spesso le vicende umane sono molto meno complicate di quanto immaginiamo. Che viviamo tutti una grande vita mediocre e che va bene così. Che, per citare un saggio contemporaneo, siamo dei fili d'erba in un prato e non portiamo il peso del mondo sulle spalle.

"Ingranaggi umani" segue le vicende di quattro personaggi. Non sappiamo il loro nome e di dialoghi praticamente non ce ne sono, viviamo accanto ai quattro protagonisti giusto il tempo di tre o quattro capitoli ciascuno, vediamo stralci delle loro vite monotone, capiamo quali sono gli impulsi che li guidano all'interno delle loro esistenze miserabili, sempre uguali e mai entusiasmanti. Sono intrappolati in un lavoro che non amano, circondati da persone che non apprezzano perché si chiedono migliori di loro, non realizzando che sono esattamente uguali a loro. Due di loro vogliono ambire al posto del capo, non realizzando che il capo sta mantenendo una facciata di gentilezza davanti ai loro patetici tentativi di impressionarlo, e soprattutto non rendendosi conto della fragilità di quest'uomo e di quale sia il suo reale intento (non dico altro perché è spoiler e voglio lasciarvi la sorpresa finale). Il quarto (che in ordine di apparizione è in realtà il primo) è un uomo normale, che vive una vita normale e si trascina nell'esistenza terrena solo per inerzia. E, a differenza degli altri quattro, ne è estremamente consapevole. A un certo punto decide che vuole morire, solo per togliersi lo sfizio di capire cosa c'è dopo la morte. Non ha un vero motivo per morire, ma non ha nemmeno un vero motivo per vivere, intrappolato in un matrimonio con una donna che non ha mai amato, facendo un lavoro che non gli piace, senza nessuno da impressionare, senza una passione particolare che lo spinge ad andare avanti.

Se posso avanzare una """"""""""""""""""critica"""""""""""""""""" avrei preferito che le storie fossero scritte in prima persona, avrebbe aggiunto una sfumatura più intima alla narrazione, e avrebbe approfondito ancora di più i pensieri dei protagonisti. Ma lo stile regge bene lo stesso, quindi non posso lamentarmi.

Non a tutti piacciono i romanzi introspettivi, ma a me fanno impazzire perché mi obbligano a fare la cosa che mi piace di più al mondo: rimuginare sulla vita, sulla morte, sul nostro posto nell'universo e su come spesso siamo insoddisfatti della nostra esistenza breve e imperfetta, pensando che gli altri abbiano una vita migliore della nostra e non rendendoci conto che in realtà viviamo tutti sulla stessa barca. Una barca piena di buchi che forse sta affondando, ma ci siamo tutti insieme. Se questo sia un bene o un male, non lo so dire.

2 commenti:

  1. Grazie della splendida recensione. Onorata.

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    1. Ma grazie a te *^* Non vedo l'ora di leggere altri tuoi libri e di incontrarti a Torino!

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