lunedì 19 gennaio 2026

"L'autunno del clan Karev", Elaine Anne Marley

Scrivere un sequel è sempre complicato, soprattutto se si è agli esordi, perché si rischia di cadere in una serie di errori che capitano persino agli autori più rodati e il più grave dei quali è quello di fare una brutta copia del primo romanzo, in cui non succede niente di rilevante, i personaggi rimangono statici e il worldbuilding non viene approfondito.

Questo romanzo invece non commette queste ingenuità: la storia di Camelie si era per la maggior parte esaurita col primo volume, quindi il focus si sposta da lei a Davina Karev, figlia del capo mafioso Ziv che si ritrova alle prese con le piantagioni dei ricchi albini di Nilemouth. La sua parabola è a mio parere uguale ma opposta a quella di Camelie, che dall'alto della sua ricchezza si ritrova a diretto contatto con i quartieri più poveri e ne esce migliorata; Davina, invece dal basso della sua povertà si ritrova a sprofondare ancora di più (quando credi di aver toccato il fondo ricordati che puoi sempre cominciare a scavare), ma entra in questo modo in contatto coi figli delle piantagioni che tanto disprezza e ne esce migliorata.

Anche i motori dei due romanzi sono diametralmente opposti ma comunque simili, legati alla famiglia: non più una carenza di affetto e la percezione di non essere benvoluti dai genitori e dagli amici, ma un attentato al circo compiuto, presumibilmente, dalle tre persone più legate alla protagonista, che si sente tradita da loro, delusa per non essere stata coinvolta e viene braccata come un animale in fuga dal Padrino perché convinto di un suo coinvolgimento (no pun intended, dato che nell'attentato sono coinvolti degli animali).

Il worldbuilding viene approfondito, vengono esplorate aree nuove della città/provincia di Nilemouth e viene dato un contesto storico e geopolitico in più sul dramma che ha portato l'umanità al punto in cui si trova e dà una prospettiva della società speculare a quella del primo volume.

Ci sono però due note dolenti che mi hanno fatto abbassare un pochino la valutazione complessiva.

Una è piccola piccola, si tratta di qualche refuso sparso per il testo, ma è roba rara (e succede soprattutto nella prima parte del romanzo), non è niente che rovina la lettura ed è relegato a qualche errore di battitura sfuggito alle revisioni.

L'altra è data da alcuni temi che sono trattati a mio parere in maniera un po' frettolosa. Innanzitutto il "pretesto di trama" che dà il via al romanzo (l'attentato di cui parlavo poco fa) è accennato all'inizio del romanzo e mai veramente approfondito, se non tramite alcuni accenni nel corso del romanzo, soprattutto verso la fine. Uno dei tre presunti responsabili del fattaccio contatta la protagonista per intimarle di non immischiarsi nei suoi affari e di smetterla di indagare sul suo conto, poi finisce tutto lì: gli altri due circensi coinvolti non vengono mai trovati, non vengono mai mostrati degli sforzi eccessivi da parte di nessuno per trovarli, tutto ciò che si sa del loro destino sono illazioni fatte dai vari personaggi. Anche l'evento stesso viene sbattuto in faccia al lettore nelle prime pagine del libro, non viene mostrato un reale movente per cui i tre avrebbero dovuto farlo (viene ventilata l'ipotesi di una malattia, o forse un attentato volto a indebolire il potere dei più ricchi, ma la questione non viene mai veramente approfondita).

A mio parere, subiscono la stessa sorte anche tutti gli spostamenti di Davina, la protagonista, che, dal momento in cui viene arrestata per una serie di eventi che la portano invischiata in affari più grossi di lei, viene sballottata prima in una piantagione, poi nella casa della proprietaria terriera di cui fino a poco tempo prima coltivava la terra, poi in un istituto per cui si riabilitano i carcerati tramite la musica (pezzo che a me è piaciuto tantissimo, "critico" solo la fretta con cui si passa da un ambiente all'altro) solo per non scontare mai la pena (e il tempo passato lì non verrà mai più menzionato come se non fosse mai successo) e uscire tramite un sotterfugio. Badate bene, queste cose non intaccano la storia in sé, avrei solo preferito un po' più di calma nel spiegare il tutto, distendere il flusso della narrazione per spiegare bene tutti i vari passaggi.

Avviso ai naviganti, devo fare uno spoiler minore, se non volete aver rovinata nessuna sorpresa, saltate questo pezzo fino alla prossima frase evidenziata.

Ammiro la scelta di non aver inserito un elemento romantico predominante, ma dal momento in cui viene ventilata l'ipotesi di un interesse di Davina nei confronti di Roy (ricambiato) avrei preferito qualche scena in più per costruire meglio la loro relazione, ma capisco che il focus non fosse quello quindi me lo faccio andare bene comunque (sono pignola lo so).

Fine spoiler (e anche della recensione, andate tutti a leggere questo libro e fatemi sapere cosa ne pensate, anche se non accetto che mi si dica niente, il romanzo è bellissimo e io adoro tutto, ciao).

Concludo questa mia tirata con due aspetti positivi: quel patatino di Roy e quel Golden Retriever di sua sorella Amanda sono stati la gioia dei miei occhi, sono due personaggi puri e che avrei voluto abbracciare.

giovedì 1 gennaio 2026

"Lasciami entrare", di John Ajvide Lindqvist

 

Blackeberg è una piccola cittadina svedese in cui non succede mai niente.

Oskar è un bambino sovrappeso che va alle medie (o presumibilmente sta per finire le elementari, ma non sono totalmente sicura di come funzionino le scuole in Svezia) e viene bullizzato da un gruppetto di coetanei per il suo essere sovrappeso. Bullizzato pesantemente, talmente tanto che ha iniziato a farsi la pipì addosso, tanto da dover escogitare un metodo per evitare che le chiazze di urina gli macchino i vestiti. Non vuole che i bulli aggravino i loro scherzi a suo carico.

Eli è la nuova vicina di Oskar, una bambina di poco più piccola di lui, che si è trasferita a Blackberg insieme al padre. Eli sembra allo stesso tempo molto più intelligente e più ingenua per una bambina della sua età. Eli è strana. Eli ha un segreto. Forse anche due. Eli è un vampiro, e suo padre non è veramente suo padre. Il suo nome è Håkan e il suo ruolo è sfamare Eli. Håkan è innamorato di Eli in un modo perverso e innaturale, ma allo stesso tempo comprensibile. Eli è un essere immutato che alterna momenti di saggezza immensa a momenti di ingenuità che sembrano tipici di una persona di dodici anni.

Tommy è un adolescente ribelle. Sua mamma ha un nuovo fidanzato, e lui si comporta da adolescente ribelle la cui famiglia si è sfasciata. Fa piccole cose da teppistello, ruba una statua del fidanzato della madre e la getta in mezzo a delle siepi, crea un po' di fumo in chiesa per interrompere una funzione noiosa e discute con sua madre, dimostrandosi a tratti più maturo di lei.

C'è anche un gruppo di amici. Un gruppo di adulti che vive la loro vita in maniera monotona e si lascia trasportare in maniera passiva dal corso degli eventi, risucchiati in un vortice che raramente lascia spazio a briciole di gioia illusoria, che durano giusto il tempo di una serata trascorsa a bere e a chiacchierare di frivolezze. Due di loro fanno anche sesso occasionale, ma anche quello dura poco. Gli equilibri si rompono quando uno di loro scompare e viene trovato morto poche settimane dopo.

Le vicende tra i vari personaggi si intrecciano qui, perché il cadavere viene trovato da Oskar, che è il vicino di casa di Eli che vive insieme all'uomo che ha ucciso l'uomo scomparso.

Questo è un romanzo strano. A volte si fa fatica a stargli dietro, ma offre spunti di riflessione molto interessanti sulla sopravvivenza del singolo individuo, sui motivi che ci spingono a compiere determinate azioni, che ad altri possono sembrare inconcepibili, che spesso una comunità si permette di giudicare credendosi migliori di chi, in fondo, sta solo cercando di esistere causando meno danni possibili.

Alla fine gli eventi pendono una piega ancora più cupa. Gli scherzi dei bulli si fanno sempre più pesanti, attentano alla vita di Oskar dopo che lui ha rischiato di dare fuoco alla scuola dopo che i bulli avevano cercato di ucciderlo una prima volta perché lui aveva causato una commozione cerebrale a uno di loro (che al mercato mio padre comprò).

Il finale apre a un mondo di possibilità. Da come l'ho interpretato io Oskar ed Eli scappano insieme, e Oskar assume il ruolo che Håkan aveva all'inizio del libro: procurare sangue al vampiro, in un circolo di morti e di spostamenti senza fine, destinato a ripetersi in modo perpetuo, finché Eli non si stancherà di esistere o finché qualcuno si stancherà della sua esistenza e deciderà di porvi fine.

venerdì 26 dicembre 2025

"Ira dei", di Giada Abbiati

 


Lo dico subito, così sapete cosa aspettarvi da questa recensione: il libro non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto principalmente perché mi aspettavo tut'altro genere di libro, mi aspettavo un dark fantasy scorretto e con un sistema magico innovativo, e invece mi sono trovata tra le mani un romantasy, in cui le scene d'amore superavano quelle d'azione e con un sistema magico confuso e allo stesso tempo troppo banale che non viene spiegato come avrebbe dovuto.
Premessa che mi pare superflua, ma per levarmi dagli impicci lo dico lo stesso: questa è la mia opinione, non è mia intenzione attaccare nessuno e se a voi questo libro è piaciuto non sentitevi offesi, se volete parlarne benissimo, lasciatemi un commento qui sotto o su instagram e vi prego di usarmi la mia stessa cortesia, ovvero non offendermi come io non offenderò nessuno in questa recensione.
E ora possiamo cominciare.
La storia è ambientata a Pavia, sul finire del 700 (non del '700 proprio il 700). La città non si chiama ancora Pavia ma Ticinum, ed è flagellata dalle famigerate nebbie che coprono la pianura padana tra ottobre e dicembre. Solo che queste nebbie nascondono dei mostri, esseri umani ritenuti peccatori che, inspirando la nebbia, si trasformano in demoni in Terra che delle suore con particolari poteri devono uccidere. E qui sorgono i miei primi dubbi: chi lo decide che questi sono peccatori? Come funziona la nebbia? Che cosa fa trasformare comuni esseri umani in mostri? Da dove arrivano i poteri delle suore? Da Dio, certo, ma perché le suore ce li hanno mentre frati, preti e i semplici fedeli no? E qui arriviamo a un grande nodo della vicenda: alle monache basta dichiarare un versetto della Bibbia ad alta voce e succedono delle... cose. Non si capisce bene cosa, come succeda o peggio ancora perché, ma succedono delle magiche magie. A parte alcune cose logiche, le altre sono lasciate al caso e non vengono mai spiegate.Le monache sono specializzate in branche diverse di "magia" (e scrivendo questa cosa mi viene abbastanza da ridere, perché se delle Spose di Cristo avessero saputo usare la magia in quel periodo nella relatà probabilmente sarebbero state bruciate -sì, lo so che le più grandi cacce alle streghe sono avvenute molto dopo, intorno al '600, però oddio, vostro onore, non credo che la stregoneria fosse bene accetta a prescindere), dicevo che le varie suore sono specializzate in branche diverse della magia, magia curativa, di difesa, di attacco e di supporto, qualsiasi cosa voglia dire, per questo vengono divise in squadre piccole, che devono legare e funzionare come se fossero un corpo solo. Peccato che poi Adelca, la protagonista, finisca per gettarsi a capofitto nelle situazioni pericolose per conto suo perché non vuole compromettere la squadra. MA ALLORA PERCHÉ TI SPENDI TANTO A ELOGIARE LE TUE CONSORELLE SE POI NON LASCI CHE TI AIUTINO? Scusate, sono calma, ma non tollero le forzature logiche. E in questo libro ce ne sono parecchie. Un'altra cosa che non tollero, e che in questo libro abbonda, sono le ripetizioni (e le descrizioni forbite per esprimere concetti semplici): la protagonista ha due tratti in croce, la rabbia e l'amore per Wisegarda, una consorella con cui si sollazza di tanto in tanto. Il che non è sbagliato, di base, non sono un'esperta a riguardo ma suppongo ci fossero tantissimi religiosi che non rispettassero il voto di castità, soprattutto all'epoca, ma da lì ad ammazzare una serva che ti scopre e andare a scopare con "l'amata" (termine che sono arrivata a disprezzare visto il quantitativo spropositato di volte che è stato utilizzato) nella stanza accanto, lasciando il cadavere in soggiorno passa tantissima acqua sotto il ponte. Per quanto riguarda la rabbia, l'altra caratteristica di Adelca, non c'è molto da dire. Semplicemente, per il punto in cui sono arrivata io, non ha chissà quanta ragione di esistere.
La nota positiva, oltre a una grammatica usata correttamente (sembra stupido ribadirlo, ma di questi tempi niente è scontato), è una ricostruzione storica studiata in maniera logica e coerente, il vero punto di forza della storia, a mio parere.
Purtroppo questa è stata una delle letture più deludenti del 2025, mi dispiace che non mi sia piaciuto, ma avevo totalmente travisato questo libro. Capisco perché altri possano averlo apprezzato, ma non è proprio il mio.

venerdì 28 novembre 2025

Speciale tre anni di blog. Retelling: gli scrittori sono davvero tenuti all'originalità?


Questo post avrei potuto intitolarlo "storia di come Marty aveva scritto più di mezzo articolo e poi l'ha cancellato per impostarlo in un altro modo", ma sarebbe stato troppo lungo.

Nella bozza che avevo già scritto, all'inizio attaccavo il solito pippone sul perché ho deciso di sproloquiare su questo argomento, ma poi ho deciso che non era così importante. Non mi interessa e suppongo che non interessi nemmeno a voi sapere cose già note su video pubblicati sui social che hanno attirato critiche basate sul nulla e quant'altro, quindi vorrei focalizzarmi su altro.

Gli esseri umani raccontano storie da sempre. Prima tramite dipinti rudimentali sulle pareti delle grotte, poi tramandandosele oralmente, infine leggendole o vedendole trasposte su pellicola. All'inizio magari era solo una pura questione di insegnamento, vedere come si poteva cacciare un mammut in gruppo o anche solo banalmente sapere che se sei cattivo farai arrabbiare un'entità soprannaturale che vive in cielo; in tempi più recenti la questione si è fatta un po' più complessa: la scuola pubblica è diventata accessibile a tutti, anzi è addirittura obbligatoria (con tutti i problemi del genere, ma non aprirò qui il discorso su quanto spesso il sistema scolastico soprattutto qui in Italia sia inadeguato alle esigenze del singolo studente e tenda a generalizzare un po' troppo il suo piano di studi), quindi le storie non sono diventate più una mera questione di apprendimento. La "morale della favola" è importantissima, per carità, ma non è più la cosa più importante. Accanto, c'è la componente "intrattenimento". In questo mondo sempre più globalizzato, anche grazie all'uso dei social, vogliamo divertirci, svagarci, staccare il cervello dai problemi della nostra società (e soprattutto negli ultimi tempi non sono pochi).

Gli esseri umani raccontano storie da sempre, ed esistono su questa roccia fluttuante nel nulla da milioni di anni. Quindi un autore che si approccia alla scrittura nel 2025, con tutto questo bagaglio di Storia a pesargli sul groppone, può aspirare a essere originale?

Giulia Calligola, nella sua introduzione al romanzo "il giudizio di Persefone" esordisce con una frase lapidaria: "rivisitare una storia conosciuta è molto più complesso che crearne una da zero", per proseguire poi più avanti dicendo che "il bello dei miti è [che] vengono raccontati da così tanto tempo perché funzionano; sono tanto simbolici ma anche tanto adattabili ad ogni tipo di mentalità ed epoca [...]".

E secondo me la chiave dei retelling sta tutta qui: trovare un messaggio in una storia antica, già nota, che può essere ampliato, riscritto. Il bello dei retelling è che partono da una base conosciuta per veicolare un messaggio diverso dal solito pur raccontando una storia già conosciuta. Che in buona sostanza è esattamente quello che succede anche coi romanzi "originali": sfruttano degli archetipi che esistono dall'alba dei tempi per arrivare a un punto clou, una morale che viene raggiunta. Quello che cambia è come viene raggiunta.

L'odio per i retelling secondo me nasce sui banchi di scuola. Lì i libri vengono fatti entrare in due categorie: i classici immortali, i libri belli oltre ogni possibile dire dei quali non si può dire nemmeno una sillaba negativa, e tutti gli altri. In "tutti gli altri" rientra la qualunque; a parte forse una breve parentesi che viene fatta alle medie sui vari generi letterari, qualsiasi altro tipo di libro viene snobbato in favore di autori morti almeno un secolo fa e dei quali la recensione è sempre, indiscutibilmente, "questo libro (ma al posto di libro potete metterci anche poema, componimento o qualsiasi altra cosa vi possa venire in mente, NdR) è bellissimo", seguito da pipponi sulla metrica, sulla scelta di una parola rispetto a un'altra e nozioni inutili sulla vita dell'autore che gli studenti si saranno dimenticati il secondo dopo che l'interrogazione sarà finita.

Anzi, io sono qui per fare l'avvocato del diavolo: se leggessimo alcuni libri senza il pregiudizio che ci viene inculcato a scuola, troveremmo la maggior parte dei suddetti noiosa. Oltre al fatto che leggeremmo molto di più e molto volentieri. Non sono qui a dire che la scuola sia responsabile del fatto che in Italia il 30% dei lettori legge solo qualche volta l'anno (e i lettori forti sono di conseguenza meno), però ho perso il conto delle persone vicine a me, in periodo scolastico, che mi hanno detto "mi piacerebbe provare a leggere, ma la scuola mi ha fatto passare la voglia".

Gli autori quindi sono tenuti a essere originali? No. Nessuno lo è, nessuno lo è mai stato. Gli stessi miti greci ci sono pervenuti in molte versioni diverse, e io continuerò a considerare l'Orlando Furioso il primo retelling che può essere considerato tale, nonché seguito dell'Orlando innamorato di Boiardo.

Ma ora arriviamo alla parte divertente: io sono qui invece per consigliarvi dei titoli che vi facciano cambiare idea se pensate che i retelling siano solo dei porno di bassa qualità scritti da gente con poche idee che non abbia idea di come si scriva un libro... ma ci sarà spazio anche a qualche critica al genere, perché il contraddittorio in queste situazioni è fondamentale.

Il primo titolo che mi sento di consigliarvi è ovviamente la dilogia di Engaged, quella che ha dato il via al mio sproloquio che ora siete costretti a leggere (e senza quel video in cui la consigliavo in quanto "Rodrigo è innamorato di Renzo e Lucia è una strega", probabilmente la mia vita adesso sarebbe leggermente diversa). In maniera un po' più seria, di questa storia posso dirvi che sono coinvolti angeli, demoni, una macchina metafisica alimentata dalla magia, lupi mannari e una cura nei dettagli filologici e storici della vicenda che mi ha commossa. Il tutto riesce a mescolarsi bene alla trama avvincente che riesce a reggere bene il ritmo e a tenere chi legge incollato alle pagine (qui vi lascio la recensione del primo volume e qui quella del secondo).

Ovviamente se si parla di retelling non si può non citare "Il giudizio di Persefone" e "Lore Olympus", rispettivamente un romanzo e un web comic incentrati sul mito di Ade e Persefone. Il primo in particolare è una diretta conseguenza del secondo, quindi a un livello superficiale la trama potrebbe sembrare la stessa, ma se Lore Olympus prende una trama parecchio cupa con il potenziale ritorno di Crono a scompigliare le carte (non mi sono dimenticata, tra l'altro che devo scrivere la recensione alla terza stagione, con una lentezza esasperante sto finendo di leggere il fumetto quindi prima o poi arriverà. Non so quando ma arriverà), il giudizio di Persefone invece si concentra di più sull'aspetto giuridico della vicenda e accenna ad altri miti come quello di Orfeo ed Euridice, con due novelle a corollario che approfondiscono ulteriormente dei personaggi secondari che nel romanzo principale non avevano spazio per essere inseriti più di tanto.

Una saga che ricordo sempre con piacere è quella di "parole di luce" di Joanne Harris incentrata sulle leggende nordiche: il mio amore per la mitologia norrena (che in futuro approfondirò senz'altro) è nato tra quelle pagine, e se Loki è una delle mie divinità preferite lo devo sicuramente a quei libri ("Il canto del ribelle" è una vera e propria chicca, ho scoperto di recente che è uscito anche un seguito e lo recupererò al più presto); mentre se è il folklore russo che vi interessa allora c'è "l'orso e l'usignolo", primo volume di una trilogia che voglio assolutamente continuare (ho una voglia matta di continuare questa serie, nel frattempo qui trovate la mia recensione) che riprende una leggenda di quelle terre brulle e gelide.

Aprendo la parentesi "Good Omens" si tocca un tasto dolente per le vicende che hanno coinvolto uno degli autori, ma se vogliamo basarci solo sull'aspetto artistico della questione, questo è un must have per gli appassionati del fantasy. E sì, io lo considero un retelling. Se tu prendi una storia già esistente in cui gli eventi e alcuni dei protagonisti sono chiamati nello stesso modo, ma vengono aggiunti altri personaggi nuovi, io lo considero un retelling in piena regola.

Spesso se sentiamo la parola "retelling" pensiamo alla mitologia greca, perché libri tipo "la canzone di Achille", "cantami o diva" e quant'altro hanno segnato (e continuano a segnare) una pagina molto importante della letteratura contemporanea (nel bene e nel male), ma non sono il solo tipo di riscrittura che esiste. Una delle letture più recenti che ho affrontato infatti riprende la fiaba di Andersen "La piccola fiammiferaia" e la riscrive in chiave moderna, trattando il delicatissimo tema della salute mentale e di come spesso preferiamo girarci dall'altra parte piuttosto che affrontare il dolore psicologico di chi ci sta accanto. Sto ovviamente parlando di "cinque fiamme azzurre" di Marta Pesci, anche di questo trovate già la recensione sul blog a questo link. Dico solo che ho pianto anche solo scrivendo l'articolo, cosa che mi succede raramente per non dire mai.

Un romanzo che a me personalmente non ha fatto impazzire ma che comunque vi consiglio perché non si sa mai che possa trovare il suo pubblico è "L'ora dei dannati" di Luca Tarenzi: a me non è piaciuto perché ho trovato lo stile prolisso e iper-descrittivo (nel senso che per descrivere una cavolo di parete di roccia venivano impiegate una cosa come due righe e quattro aggettivi) però mi rendo conto che la storia di base è interessante e anche se io non sono riuscita ad andare oltre il primo volume mi rendo conto che a molti potrebbe interessare; gli stessi problemi, più o meno, li ho constatati anche in "L'uncino di Pan" di Franz Palermo: l'idea di riscrivere la storia di Peter Pan dal punto di vista di Uncino, spiegando le motivazioni per cui è diventato il cattivo della storia, era un'idea a mio parere ottima, ma sviluppata non al meglio delle sue possibilità, secondo il mio gusto personale. Si perde troppo tempo con lo show don't tell, deviando la trama dal suo focus principale e riducendolo di fatto alla seconda metà del libro e dilungandosi troppo nelle descrizioni delle sensazioni laddove la trama avrebbe esatto dei passaggi più asciutti e veloci.

Ovviamente l'argomento sarebbe molto più ampio (mi piacerebbe, per esempio, aprire l'argomento delle fan fiction, che a loro modo riscrivono un canone noto, spesso tappando dei buchi che si sono creati nella storia principale, magari ne parlerò in futuro, troverò un modo di discutere l'argomento senza dire cose senza senso) e temo che non possa essere sviscerato in un solo articolo, quindi probabilmente ci tornerò sopra in futuro, quando avrò avuto più tempo per approfondire meglio la questione e avrò letto ancora più libri da potervi consigliare o di cui potervi parlare male.

Quindi, le mie conclusioni (che alla fine sono un po' le stesse che avevo già detto nello speciale dell'anno scorso) sono: gli autori non sono tenuti a essere originali, non ci sono dei libri che sono meno validi di altri solo perché appartengono a un dato genere. Esistono libri scritti bene e scritti male, e i retelling sono tanto importanti quanto tutti gli altri, lo trovo molto riduttivo pensare che tutti siano scritti male solo perché una volta magari avete letto un libro brutto.

martedì 11 novembre 2025

"Cinque fiamme azzurre", di Marta Pesci

 

Anna ha i capelli azzurri, proprio come i suoi occhi. I bambini a cui fa fare i compiti il pomeriggio li adorano, perché somigliano ai muri della loro scuola.

Anna ha un fidanzato, che la ama nonostante i rotolini "di troppo" che le circondano i fianchi, che però non ha sempre tempo per lei. Deve dipingere, concentrarsi sul suo sogno.

Anna ha un'amica, Vittoria, che però è fidanzata e non sempre ha tempo per lei. È Manuel la sua priorità e anche la sua carriera universitaria.

Anna ha una mamma che la supporta sempre nonostante tutto. È stata la fan numero uno dei suoi capelli azzurri, ha pregato per lei insieme alla nonna malata di Alzheimer e sicuramente la supporterebbe anche sapendo che è stata licenziata dal suo lavoretto al doposcuola, se solo Anna volesse confidarsi con lei. Ma Anna non lo fa, non vuole caricarla di un ulteriore peso, con tutti i pensieri che ha già.

Anna ha un sogno: diventare insegnante. E ha anche la possibilità di realizzarlo: è stata contattata da una scuola privata e il colloquio è andato bene, nonostante la domanda difficile che le sia capitata.

La vita è incrinata, e il colpo di grazia le viene dato, il giorno del suo compleanno: vorrebbe festeggiarlo insieme alle persone a cui vuole bene, ma la mamma è lontana, ha litigato con Gian e Vittoria le dà buca all'ultimo. La ciliegina sulla torta è il risultato del concorso: Anna scorre i nomi con avidità per scoprire che è arrivata ultima. Le sue speranze si sono sbriciolate di colpo sotto ai suoi piedi. Esce di casa, va nel suo posto preferito di Milano, ai Navigli, sale su un ponte e si sporge.

Anna si suicida. Ha perso ogni ragione di vivere, l'aggancio di Gian per diventare un artista affermato ha realizzato un'installazione di arte contemporanea di una sirena che palesemente ha le sue fattezze ed è legata a un cappio, il suo fidanzato la ignora, la sua migliore amica la trascura e il lavoro va male.

Anna viene vista da un gruppo di ragazzi che però non hanno fatto niente per salvarla, nonostante avrebbero potuto sporgersi e afferrarla.

Anna è morta. Si ritrova sotto forma di spirito incorporeo ad affrontare cinque fiamme di cinque persone che sono state importanti per lei: il fidanzato, la migliore amica, la mamma, il datore di lavoro e la nonna. Cinque fiamme che illuminano il suo cammino verso mondo dei morti e della pace eterna: cosa ci sarà dopo non è dato saperlo, la fede in un oltretomba in cui l'anima vive per sempre oppure nel nulla cosmico sta al lettore; l'importante è il viaggio che porta Anna a capire che in realtà non era sola come pensava e a chi rimane in vita a porsi delle domande. Avrebbero potuto aiutare Anna, se lei si fosse aperta? I segnali c'erano stati e loro non sono stati in grado di coglierli? E se il giorno del suo compleanno le avessero organizzato la festa che si meritava? Se le fossero rimasti accanto quando lei aveva più bisogno di loro? Se non l'avessero licenziata proprio in uno dei momenti in cui era più fragile?

Ma in tutto ciò la luce più luminosa è quella della nonna: alla nonna si può dire tutto senza paura che ti giudichi, la nonna non avrà mai parole cattive da rivolgerti e anche quando ti dà degli insegnamenti di vita lo fa nella maniera più genuina possibile, non come un rimprovero, ma come un suggerimento di una persona che ha vissuto più a lungo di te e di difficoltà ne ha accumulate un discreto bagaglio. Perché nei momenti bui, la nonna è sempre la nonna.

Questo libro è stato definito una riscrittura della"piccola fiammiferaia" in chiave moderna, perché la protagonista si affanna per cercare di far capire a chi le sta intorno che sta male, ma chi le sta intorno lo capisce solo quando è troppo tardi e cerca di mettere una pezza alla situazione, e io non posso che essere d'accordo. Oltre ai parallelismi evidenti, come la presenza delle fiamme e la figura importantissima di una nonna con cui la protagonista affronta il viaggio verso la morte più "definitiva", la fiaba di Andersen mi ha sempre riempito di tristezza, da bambina, quando me la leggevano, mi chiedevo come la gente potesse essere così insensibile davanti a una persona che stesse così evidentemente male, ma con "cinque fiamme azzurre" e la mia mentalità da "adulta" ho finalmente realizzato che il malessere di chi ci circonda non è quasi mai così palese, è vero, ma ci sono dei segnali che sta a noi cogliere.

Come mi accadeva con "la piccola fiammiferaia", anche qui ho avuto il magone a più riprese, per poi scoppiare definitivamente a piangere sul finale, perché quando si parla di nonni ho il cuore di panna e non riesco a trattenere i lucciconi agli occhi.

Un paio di difettucci piccoli piccoli che mi vergogno quasi di menzionare, perché questo libro è bello bello. Alcune frasi nella seconda metà sono un po' contorte e ho dovuto rileggerle più volte per riuscire a capirle. E poi c'è Alberto, il datore di lavoro di Anna, che in un paio di occasioni diventa Antonio.

E basta, io non ho niente da aggiungere. Sono in una valle di lacrime anche solo scrivendo la recensione e so che queste poche parole sconclusionate non hanno saputo rendere appieno giustizia a questo libro, ma spero di avervi comunque fornito delle basi per stuzzicare la vostra curiosità e andare a leggere questo libro immediatamente.

venerdì 31 ottobre 2025

“La caccia del wendigo”, di Marco Romani

 

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Basta, recensione finita, ciao a tutti. Leggete questo libro, è bello.

Ovviamente scherzo. Che burlona che sono...

Grazie Marco, grazie Delrai per avermi chiesto di collaborare per la lettura di questo romanzo, sono troppo emozionata. Ero emozionata anche prima di leggerlo, quando mi è stato molto timidamente chiesto "ti andrebbe di leggere in anteprima il Wendigo?"; lo ero anche prima che mi venisse proposta la collaborazione, vedendo la passione con cui l'autore ne parlava e vedendo quanto ci teneva che il lavoro venisse fuori fatto bene. È venuto bene? (Spoiler: sì.)

Di solito quando mi approccio all’horror ritengo il mio cervello più “forte dei miei occhi”… o viceversa, è una cosa che faccio molta fatica a spiegare. Se guardo un film è più facile che mi inquieti, i jump scare mi devastano, per quanto prevedibili, la vista di dosi eccessive di sangue mi danno il voltastomaco. Coi libri è più difficile che mi succedano queste cose, riesco a essere più “passiva” e a lasciarmi scorrere addosso certe scene con più semplicità.

Ma questo libro, questo libro (!), mi è strusciato sottopelle, mi si è insinuato nel cervello, mi ha fatto paura. Definirlo horror è riduttivo, è un libro strano, passi la metà del tempo a chiederti che cosa sta succedendo e cosa succederà in futuro e l'altra metà del tempo a vedere le immagini descritte e ad avere l'ansia. Il finale poi ha delle descrizioni degne del miglior body horror e si compiono delle scelte che forse non tutti gli autori avrebbero il coraggio di prendere.

La protagonista di questo romanzo è Suzanne, una giovane tirocinante di psichiatria che si reca a Laika (cittadina di montagna che deve tutta la sua fortuna a una famiglia di riccazzi borghesi) per un tirocinio presso l'ospedale locale. La premessa della storia è molto semplice (e mi permetto di palesarla senza il rischio di spoiler all'orizzonte, perché è fatta chiara alla fine del primo capitolo, leggete a vostro rischio e pericolo): Suzanne vuole farli fuori tutti.

La parte centrale è confusa, nel senso buono del termine. Visioni brutte con mostri e incubi, il sole che fa cose strane (spoiler senza contesto: eclissi di Berserk, prima leggete poi capirete), la protagonista che inzia a ricordarsi cose che in teoria non potrebbe sapere (dice per esempio di essere stata amica d'infanzia di un anziano signore che ha palesemente molti più anni di lei), e roba viscida che ricopre tutto e che solo la protagonista può vedere, ma vi prometto che a un certo punto avrà tutto senso.

È bello, per una volta, non avere risposte, ed è bello che per una volta l'unica risposta ammissibile sia "non lo so". La protagonista non sa se è l'odio che le circola in corpo ad accecarla a tal punto da farle venire una psicosi, se è vero che c'è un nemico là fuori che sta cercando di attirarla a sé o se è la paura che quel mostro potrebbe esserci a renderlo in qualche modo reale e a rendere più vera la sua psicosi.

I personaggi si pongono dei dubbi, sono realistici, hanno dei tratti condivisibili (io e Suzanne palesemente siamo sorelle separate dal tempo e dal fatto che lei purtroppo non è reale, crediamo entrambe di essere un peso per gli altri, di essere sempre di troppo, la nostra esistenza è basata costantemente sul "sei sicuro/a che non sia un problema se sto qui con te? Non ti disturbo? Sicurosicurosicuro?", testiamo sempre le persone che ci stanno accanto per vedere se ci stanno accanto solo per pietà o se hanno davvero piacere a stare con noi... ma abbiamo anche dei difetti, grazie Marco per averla creata, mi sento un po' meno sola), usano quel cervello che si sono trovati in mezzo alle orecchie e trasformano i "non lo so" in "lo so" e anche se la risposta continua a essere "non lo so" è normale che sia così, perché si sono trovati davanti a qualcosa di più grande di loro.

Il tipo di orrore che si annida in queste terre non è (solo) visivo, ma più psicologico, ti entra nel cervello e tu stesso sei portato a chiederti se quello che stai leggendo è vero o solo una psicosi che immancabilmente ha colto anche te. Quando poi tutto inizia ad avere una spiegazione, è piacevole lasciarsi sorprendere da quanto tutto abbia una sua logica e un senso.

Avrei preferito avere un approfondimento in più su un ordine di... qualcosa di cui fa parte uno dei protagonisti (no spoiler, giuro), per avere un approfondimento più grande di due personaggi in un colpo solo, però le informazioni che ci vengono date sono funzionali alla trama, quindi tutto considerato non mi posso lamentare.

Avviso ai naviganti: lo stile è molto descrittivo. Forse a volte pure troppo (ogni minima azione ti viene spiegata, anche quando vengono lavate le tazze in cui le protagoniste hanno preso il tè), ma se l'alternativa è lo show don't tell a me va benissimo così. Meglio avere una spiegazione logica e dettagliatissima per tutto che esser bombardati di termini che il lettore non può sapere con la promessa di un "non ti dico subito cosa sta succedendo perché tanto poi te lo mostro". E non fraintendetemi, non vuol dire che ti venga spiegato tutto subito: i misteri ci sono, sono un tarlo che corrode il cervello e, come dicevo, i "non lo so" si sprecano, per buona parte del libro. La pappa pronta non piace a nessuno. Per lo meno, a me no, se non c'è un minimo di tensione (a maggior ragione in un horror) mi annoio facilmente. E con questo libro non mi sono annoiata nemmeno per un secondo.

E ora sciò, via, uscite dal mio antro oscuro e andate a leggere questo libro. Non ve ne pentirete.

domenica 26 ottobre 2025

"Dammi un fiume di noia", di Carlo Vicenzi

 

Un po' troppo? Forse. Ma su questo libro ho troppe cose da dire, e avviso già da subito i naviganti che non tutte saranno cose positive (ahimè, le cose positive saranno molto poche).

Anzi, sapete cosa? Gli aspetti positivi ce li togliamo subito, così poi posso concentrarmi sul rosicamento di fegato che mi sta corrodendo da giorni. Hein e Ma'Ohr sono dei bei personaggi, e hanno un bel rapporto mentore-allievo, anche se si ha troppo spesso la tendenza di interrompere i discorsi importanti per quel pretesto che ci portiamo dietro da Harry Potter in avanti, che è: "ai fini della trama non è importante che il lettore sappia tutto adesso quindi mi invento una supercazzola per cui il mentore non spiega tutto subito all'allievo nonostante l'allievo gli ponga delle domande dirette a cui il mentore potrebbe rispondere in maniera esaustiva in 0.2". Però giuro, sono dei bei personaggi, ben caratterizzati e che hanno delle reazioni plausibili.

Lo stile non ha guizzi particolari. Il lato positivo è che non fa totalmente schifo, il lato negativo è che  non ha guizzi, quindi rischia di risultare noioso per la sua banalità, a maggior ragione se si considera che i personaggi, ad eccezione dei due che ho nominato prima, sono macchie sullo sfondo, tutti descrivibili con un aggettivo stiracchiato (sì, sto parlando anche e soprattutto di Déa), usati come riempitivo per far vedere come il protagonista abbia un gruppo di amici affiatati (forse nel tentativo di mettere in piedi una found family, non lo so) e che non è il solito eroe solitario contro tutto e tutti. E per carità l'intento è nobile, ma dev'essere fatto bene.

A partire da Déa, la Mary Sue delle Mary Sue, lei è brava perché è testarda, è una delle poche che non ha dei poteri, al contrario della maggior parte della gente del suo gruppo (mh), lei che per questo ha imparato a cavarsela da sola a causa della vita di stenti che ha vissuto, lei ha sempre le idee brillanti, tutti la stimano, tutti la tengono in gran considerazione e tutti la seguirebbero anche in mezzo al fuoco per lei. Hein invece viene fatto passare per quello che è meno affidabile perché ha una personalità... 


Ma tranquilli che ne ho una per tutti gli altri personaggi. A partire da Galeu, la palese brutta copia di Choji di Naruto, la cui unica personalità è "deve mangiare tanto per usare il suo potere". E basta. E a me la cosa fa arrabbiare, perché in un romanzo in cui i personaggi ricorrenti sono cinque o sei, il fatto che uno solo abbia una personalità non riesce a farlo durare per seicento pagine senza rischiare di annoiare.

A maggior ragione se lo stile è mediocre come accennavo prima.

O Zadie, la cui unica utilità è far venire il durello al protagonista per poi crepare male per fargli venire il senso di colpa per no essere stato abbastanza bravo da prendere il suo posto in un'Ordalia.

Oppure ancora (e giuro che dopo questa ho finito) Mathias, l'Elend Venture dei poveri, un nobile impacciato che era timidissimo da piccolo (con tanto di colpo di fulmine per Déa e conseguente timidezza aggiuntiva)

Ora arriviamo alle note dolenti, ma dolenti sul serio. Perché questa cosa mi ha fatta arrabbiare. L'autore nei ringraziamenti dice: "[...] vorrei aggiungere una specie di “post-dedica”, per tutti quelli che, come il sottoscritto, sono cresciuti a colpi di manga, anime, videogiochi e tutte quelle cose che i nostri genitori ritenevano “diseducative”. Questo libro è una lettera d’amore di quasi seicento pagine per quelle opere che mi hanno cresciuto, un po’ su Italia 7 prima di cena, un po’ su Mtv il martedì sera. Per non parlare di pagine su pagine piene di vignette da leggere al contrario. Sì, questo libro ha molte strizzate d’occhio a quelle storie. Sono curioso di vedere se qualcuno riuscirà a trovarle tutte." Io di citazioni alla cultura pop non ne ho trovate, oltre a quella di Choji che era palese, non ci ho fatto caso e sinceramente non mi interessa nemmeno trovarle, perché tutta la mia attenzione era focalizzata su un elemento solo: la struttura e il sistema magico attingono a piene mani dal Cosmoverso di Sanderson.

L'autore ha voluto omaggiare un pilastro della cultura fantasy che da circa venti-trent'anni opera in questo ambito? Sicuramente, ma a un certo punto questi omaggi stufano. Innanzitutto, il sistema magico riprende palesemente l'allomanzia nella modalità in cui è descritto. I personaggi, infatti, hanno una sorta di energia all'interno di loro, a cui attingono e che ha effetti diversi per ognuno, e si chiamano Marchiati. C'è chi va più veloce, chi riesce ad assorbire e cedere le ferite del corpo (come non si capisce, di base lo trovo un potere inutile, ma è un potere importante ai fini di trama quindi con il potere della supercazzola va bene). Addirittura ci sono dei personaggi, i mangiasangue, che in qualche modo riescono ad assorbire il potere dei Marchiati. Emalurgia portami via. I Marchiati, dal canto loro, attingono al loro potere semplicemente mangiando. Da dove arrivi il loro potere, perché alcuni ce l'abbiano e altri no, perché basti mangiare abbastanza e un buon allenamento per usare il proprio potere, perché i Marchiati sviluppino i poteri a dieci anni (non prima, non dopo) non si sa. O magari viene spiegato, sono io che mi sono stufata prima di leggere e mi sono persa le descrizioni importanti.

Poi la struttura del libro è frammentata: un capitolo, massimo due, alla volta viene dedicato al presente, poco dopo un cataclisma che ha devastato la città in cui è ambientata la storia (che fa parte di un Impero molto sandersoniano, again), mentre un capitolo, massimo due, alla volta è dedicato ai flashback del passato dei personaggi. Come... rullo di tamburi... esatto, come la Folgoluce. E il problema in questo caso è che, essendo i personaggi tutti dimenticabili tranne due, i flashback risultano molto ripetitivi, con Hein che è un testone che crede di sapere già tutto, e Ma'Ohr (che io ho continuato a chiamare Ore'Soeur per un bel pezzo, dai è troppo simile per essere un caso...) continua a bacchettarlo perché in realtà non sa niente, mentre Zadie lo prende goliardicamente in giro. Per il punto in cui sono arrivata non si intravede un vero miglioramento che porti i personaggi dal punto in cui li vediamo nel passato al punto in cui li vediamo nel presente.

Ah sì, dimenticavo: a un certo punto la trama ha iniziato a diventare prevedibile, quindi ho saltato le pagine. A che pro leggere seicento e passa pagine di roba che sai già dove andrà a parare? Io tollero quasi tutto nei fantasy ma non la prevedibilità. Non in un dark/epic fantasy.

E ora arriviamo al gran finale. Il finale dovrebbe essere cupo, drammatico, epico e tante altre cose belle. Ma io l'ho trovato frettoloso ai limiti del ridicolo, e lo intendo in senso letterale del termine. Perché io ho letto l'ultimo capitolo e sono scoppiata a ridere. Il libro contiene parecchi controsensi (a partire dal fatto che il padre alcolizzato dei due ragazzi, un secondo dopo essere diventato sobrio, inizia a lavorare in un birrificio. Mi chiedo cosa mai potrebbe andare storto...) ma il più grande è sul finale.

Da qui in avanti farò spoiler, leggete a vostro rischio e pericolo.

Quando Hein e Déa si scontrano, lui ha l'occasione di ucciderla grazie al suo Marchio che gli dà la possibilità di essere velocissimo. Ma invece di ucciderla decide di mutilarla per renderla inoffensiva. E fin qui poteva andarmi bene, ma commette due errori: il primo è di decidere di lasciarla a terra sanguinante con la promessa di un "torno dopo", probabilmente non rendendosi conto che "dopo" sarebbe stato troppo tardi, con ferite del genere a tutti e quattro gli arti; il secondo, e per me questa è la supercazzola più grande, è che si china a dare un bacio alla sorellina per dimostrare che ci tiene ancora a lei, nonostante tutto. Facendo ciò, lei sfrutta il loro contatto per usare il potere che ha assorbito da Zadie per trasferire a lui le sue ferite e abbandonarlo a terra sanguinante. Il libro finisce con lei che probabilmente si accinge a compiere una strage di civili e lui che probabilmente morirà dissanguato. Il tutto perché lui da bambino era rimasto traumatizzato dalla morte di Zadie. Un personaggio inutile, il cui unico scopo era fargli venire il durello e traumatizzarlo. Ma questo forse l'ho già detto, quindi mi sto ripetendo. Doveva essere un finale forte, io avevo le lacrime agli occhi dal ridere che mi sono fatta.

In sintesi, questo è un libro che non ha senso, che mi ha dato il nervoso e mi ha suscitato ben poche emozioni, se non sulle battute conclusive. Qualcuno mi ridia il tempo che ho perso leggendolo.

"L'autunno del clan Karev", Elaine Anne Marley

Scrivere un sequel è sempre complicato, soprattutto se si è agli esordi, perché si rischia di cadere in una serie di errori che capitano per...

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